PORTAMI DEI FIORI ANCHE SE NON SONO MORTO

I suoi versi sembrano ali spezzate di uccelli, voci di montagne, sussurri dalla profondità dei boschi. Hanno il nitore e l’asprezza della natura; la bizzarria e l’ironia dell’umano. A volte sono enigmi, altre – come notò Allen Ginsberg che lo conobbe – scoppi mentali. La ricerca dell’artista si fonda sul disegno come pratica di analisi della realtà e, attraverso il tema della ripetizione, crea una dimensione simbolica che allude alla ritualità del mondo religioso contadino e al suo rapporto con la natura. La residenza presso il giardino di piante e sculture di Paul Wiedmer, si fonda quindi sulla necessità di aderire al paesaggio attraverso una lettura poetica che, come direbbe Zanzotto, determina una “fenomenologia interiore”, un percorso di recupero delle immagini arcaiche dei luoghi, un regresso epifanico che diventa occasione di meditazione interiore. La contemplazione, dunque, come una chiave di immersione e immedesimazione nel paesaggio, che presuppone una dimensione quasi ascetica dell’ascolto e della visione. Tothi Folisi si rifugia dentro il noceto, realizzando una piccola oasi ai margini del giardino.

Il lavoro si sviluppa all’interno di una tenda con la compresenza di elementi rituali e dell’artista stesso. L’opera dunque è un corpo a corpo con l’osservatore e la fruizione diventa esperienza unica, condizionata dalla presenza e dalla registrazione audio del testo scritto dall’artista. E’ proprio il tempo l’elemento centrale in questo lavoro. E’ un tentativo di registrare la frequenza tra il tempo della natura e, nello specifico del giardino, e quello dell’uomo. Il tempo come agente di trasformazione, come vortice in eterno movimento che cambia il paesaggio e con esso gli umori, la luce e le personalità. Questo tentativo si sviluppa attraverso l’atto di contemplazione, che nell’installazione diventa spazio rituale, identificato da alcuni elementi disposti sul terreno. L’intervento realizzato è una decontestualizzazione di un brano del giardino che viene trasferito in un altro spazio, producendo di fatto un atto mimetico. Il lavoro si relaziona con il giardino creando un luogo di attenzione ed ascolto, un piccolo rifugio in cui però, a differenza di molte delle opere presenti, la scultura perde la sua forma e diventa spazio simbolico, ambientazione provvisoria. Portami dei fiori anche se non sono morto in realtà è lo spazio in cui si produce un’esperienza, un incontro in cui il silenzio concentra l’attenzione su ogni piccola trasformazione, su ciò che siamo nel momento in cui osserviamo e su ciò che siamo pronti a diventare. 

Marco Trulli.

Il giardino di Paul di notte parla. Come un vecchio, come una botte di vino bianco abbandonata nell’attesa di una bocca che arrivi dopo febbraio, in quel mese Paul non beve, ogni anno sceglie un mese per astenersi. Il giardino in tutte le sue parti è completo di stagioni, si possono guardare i colori delle foglie e stabilirne il grafema che gli è stato consegnato. Qui il vino di mattina è buono non ci sono sottogruppi ne scuse. È tutto un bene bene, prodotto di una testa e di mani giganti e bene lavorate, intrecci di alberi e altre teste e luce che filtra dalle canne altissime che crescono mentre noi andiamo al canale. Prima si guarda da dentro la tenda, poi la voce si fa volto amico che sillaba parole oscure. Erano complicate allora e lo sono ancora adesso. Il giardino parla e dalla finestra puoi sentire l’eco che richiama a futura memoria motivi buoni per eclissarsi. Un consiglio vivo valido più per chi scompare che per chi resta.

Per chi calca la terra e si fossilizza, e scrive parole su cui poi non si riconoscerà più, non perché non valide ma semplicemente perché private dall’ingrediente velenoso della contesa, dello scontro fra corpi, fra drago e apprendista negromante.

Cola a strati pneumatici e ritorna indietro il pensiero diagonale dalla stradina dove si raggiunge il fiumiciattolo, dove se si insiste di notte si sentono i frecciarossa da lontano. Mentre piove la luce comincia a dare fastidio. Il giardino di Paul è fatto di parole semplici ed ha il sorriso incastonato tra la spalla e la collottola. La prima cosa che ho pensato una volta arrivato era stare seduti a guardare con i piedi affusolati e senza cambiare posizione con il conforto genuino dei fantasmi della bottiglia. Continua a piovere nonostante il vino non sia finito, sopra questa testa a forma di carosello e la schiena ricurva verso levante. Nel deposito fra ferro e fuoco e legno e altro vino eravamo al sicuro nonostante ci fossero solo due sedie, forse perché gli studi fatti bene hanno un terzo polmone che batte il tempo. Il giardino di Paul ha un orecchio fatto di resina ed una stanza con la luce spenta dove dormono i ratti. Una stanza dove rimbalzano i pensieri degli altri, qualunque forma abbiano.

Sarebbe bello scoprire che in realtà, la realtà è soltanto un catalogo di tutte le cose successe, per caso.

La strada non c’è. Da qui in poi, speranza. Mi manca il respiro, da qui in poi, speranza. Se la strada non c’è, la costruisco mentre procedo. Da qui in poi, storia. Storia non come passato, ma come tutto ciò che è.

Chi dormiva nel labirinto di granito, chi andò dagli alberi, per avere cura e consolazione.
Chi dormiva nel labirinto di granito, chi andò dagli alberi, per avere cura e consolazione.