APOSIOPESI

I quadri, tutti nello stesso formato e realizzati con tecnica mista su tela, costruiscono un ritmo espositivo costante, un frammento sospeso di un discorso più ampio, mai completamente esplicitato. Pochi elementi a dar vita ad una pittura legata più all’azione che alla conseguenza, a questa ambivalenza della pittura può essere associata questa frase di DFW: “A me sembra che quasi tutte le cose interessanti e vere nella mia vita e in quella dei miei amici implichino doppi vincoli o trappole in cui ti vengono offerte due alternative che si escludono a vicenda e tutt’e due implicano sacrifici che sembrano inaccettabili”.

Il tema del tempo emerge come asse portante dell’intero progetto. Non si tratta di un tempo lineare, narrativo, ma di una temporalità interrotta, compressa, talvolta congelata. L’aposiopesi diventa allora metafora di uno stato limite: il blocco dell’azione, che evoca immagini che rimandano a condizioni come il coma, dove il tempo continua a scorrere ma senza essere vissuto o percepito pienamente. In questo senso, le opere instaurano una tensione tra presenza e assenza, tra ciò che è visibile e ciò che è trattenuto, non detto.
È difficile notare quello che vedi tutti i giorni”.

Inserita nel contesto del Caffè Internazionale, spazio ibrido tra produzione culturale e socialità, la mostra dialoga efficacemente con l’ambiente che la ospita: un luogo di passaggio e di incontro, dove il tempo quotidiano può essere momentaneamente interrotto. Aposiopesi invita così a un’esperienza di rallentamento e riflessione, proponendo una pausa critica all’interno del flusso incessante del presente.

Conversazione con Tothi Folisi.
Dal diario di Salvatore Davì.

Gli odori dell’appartamento di Tothi Folisi sono tanto radicati alle pareti che non si sentono più, gli oggetti non si muovono e ogni superficie, al tatto, sembra attraversata da un brivido. Se fosse morto in un campo, in una vallata senza rifugi, ci resterebbe il suono dell’erba calpestata dai passi della morte, invece, le sue scarpe sono ancora qui. Anche lui è qui, insieme alle macchie sulla tovaglia, ai resti del pranzo, ai libri e all’odore delle vernici ingiallite sulle tele; non ci sono tappeti in casa e non c’è il rischio di inciampare, tutto è soffusamente illuminato e i mobili allungano la loro ombra, come se scivolassero in un altro mondo, oltre la porta d’ingresso. Questo è l’appartamento dove vive Tothi da 34 anni, questa è la sua casa, alle pendici dei Nebrodi, in Sicilia. Vado a trovarlo una volta a settimana da 17 anni, apparentemente senza motivo; molti dicono che non sia un caso, lui è lì da 34 anni ed io lo incontro da 17, una volta a settimana. Per gli amanti della cabala questi sono numeri magici: il 34 è il numero della disgrazia, è la somma di due volte 17, e inoltre può essere letto come la somma di 33+1 (=34): in questo caso il 33 rappresenta Cristo e il 34 l’Anticristo. Sembra quasi una metafora algoritmica, il paradosso stilistico di una superstizione che ammalia gli uomini con un’inerzia insanabile. Tothi, però, è lì, inerte, nel suo appartamento. Sarà superstizioso? Chi lo sa. Proviamo a chiederglielo.
SD: sei superstizioso?
TF: No.

Lungo la strada che ci separa, durante il viaggio per andare da lui, mi torna in mente sempre una frase di Pessoa, un pensiero sul senso della vita, che per lo scrittore portoghese è un racconto che si biforca: abbiamo tutti due vite, quella che immaginiamo e quella che ci conduce alla morte. In questo momento Tothi sembra viverle entrambe. Respira, ogni tanto batte le ciglia e a volte sembra sorridere. Spesso sembra abbia voglia di dire qualcosa però, probabilmente per noia, non dice nulla. Niente. Nemmeno un cenno con il capo. Silenzio. 

La prima volta che l’ho visto mi sono chiesto: “riuscirà a sentirmi?”. Qualche mese dopo, spinto dalla voglia di avere una risposta gli ho proposto un gioco: “cominciamo un dialogo, un diario da scrivere in due, io domando e tu rispondi”. 

La famiglia sostiene che Tothi si trovi in uno stato di coma: “non è qui con noi” dicono. “Tothi sta dipingendo in qualche posto fantastico” rispondo io, con l’aria del curatore saccente. Ancora oggi continuo a parlargli chiedendogli in cambio un cenno, un movimento del capo che mi permetta di capire se mi sente e se è interessato a quello che dico, ma finora ho solo imparato qualcosa dalla semiotica del suo corpo, abbandonato in un sonno profondo. Lo osservo con un’inerzia simile alla sua, guardo le sue mani e penso al suo stato di pausa, alla sua immobilità, tanto simile a quella di un dipinto, poi gli stringo il polso: la frequenza dei battiti cardiaci è costante, 60… 70 battiti… 80 battiti al minuto. È ancora vivo. Sembra felice. Attendo un attimo e dopo gli sussurro qualcosa all’orecchio. In generale i nostri incontri durano dai quindici ai trenta minuti. Da quando gli parlo, la mia voce è diventata più bassa, mentre le sue labbra sembrano in attesa di un suono. L’ultima volta che ci siamo incontrati era il 29 febbraio del 2020 e il nostro dialogo si è svolto come di consueto con le mie solite domande e le sue solite risposte:
SD: Dormi? 
TF: No
le sue labbra restano socchiuse. È immobile.
SD: Sei solo?
TF: No
un silenzio allarmante entra a ondate dalla finestra aperta.
SD: stai dipingendo? 
TF: No
SD: Sembri vivo. Lo sei? Nel caso tu fossi morto, però, devo chiederti una cosa importante: esiste Dio? Lo hai visto? Com’è?
TF: …
SD: va bene, mi sembra chiaro che non sei qui, lo è il tuo corpo, ma tu hai l’aria di chi se la spassa da qualche parte. Dimmi dove sei. 
TF: …
SD: ti manca qualcosa? Hai trovato qualcosa?
TF: …

Foto: Elisa Massara

Ero convinto di poter cantare come un filo metallico allo zero assoluto, acutissimo e pallido, di poter bruciare senza accensione o frizione, di poter brillare a freddo come una luna color limone, abbracciato a una griglia di puro significato. Trasferimento privo di interferenze. Ma poi un piccolo, silenzioso, educato, profumato, odoratissimo sistema di nuovi segnali mi ha in qualche modo sparato alla testa. Con le parole e le lacrime mi ha amputato qualcosa. Io le avevo donato la mia più intima importanza, e il suo autobus è ripartito, lasciando una qualche parte fondamentale di me dentro di lei come un pungiglione di un’ape. Adesso l’unica cosa che voglio è salire in macchina e andarmene molto lontano. a sanguinare. DFV

Chi dormiva nel labirinto di granito, chi andò dagli alberi, per avere cura e consolazione.
Chi dormiva nel labirinto di granito, chi andò dagli alberi, per avere cura e consolazione.