OST BERLIN Ø2

Between 2012 and 2013, I resided in this city at various intervals.

Mi considero, con una certa ostinazione metodica, un uomo che vuole mappare il mondo. Non le capitali, non i monumenti: le pause. Le fessure tra due eventi, o tra gli interstizi delle file di mattoni in giro per Prenzlauer. Ho sentito qualcuno nelle scale parlare di spazi non segnalati sulle mappe ufficiali. Ho imparato che la geografia più affidabile è quella delle omissioni. Anche se nessuno vuole ammetterlo schiettamente per non passare da beota. Cammino nei parchi la mattina presto. Gli anziani tedeschi portano a spasso i loro cani con un passo regolare, sembrano dei contabili. Il guinzaglio è corto e di corda, la conversazione pure. Parlano di tutto, ma mantengono un distacco e non si capisce mai l’argomento principale. Ogni tanto qualcuno dice ancora die Mauer senza aggettivi. Salvatore.

I cani annusano la terra con un metodo che rispetto. Cercano ciò che resta dopo che tutti hanno smesso di scrutare, ispezionare con lo sguardo, forse la mappatura vera è quella dei cani. Io faccio qualcosa di simile con le immagini e con i suoni, quando non litighiamo mi trovo solo a raccogliere dati. Meno metafora, più superficie. Uso una focale normale, 50mm, quando la luce è stabile. Cerco linee semplici: un marciapiede largo, una panchina inclinata, una targa metallica che ricorda una data. Nelle registrazioni audio lascio che i suoni rimangano interi: passi sulla ghiaia, il respiro corto di un cane anziano, una campana distante. A volte descrivo ciò che trovo come in un prontuario ho un quaderno con scritti gli orari, i luoghi, non ne farò nulla, di questi anni resta il normale sentimento di estraneazione simile a quello che potevano provare gli interrogati dalla DDR.

1961: il filo spinato appare durante la notte.
1962: il cemento sostituisce l’improvvisazione.
1973: torri di controllo, corridoi di sicurezza, lampade ad alta intensità.

Parlano della prima notte, dell’odore del lato nuovo prima ancora di metterci il piede destro. Parlano del suono dei martelli contro il cemento, il ritmo irregolare che sembrava raffazzonato rispetto al momento. Ascolto. Le mappe migliori sono fatte di fenomeni minimi: una crepa nel muro, un intervallo di silenzio, un manifesto strappato ancora e ancora. la traiettoria di un ciclista che cambia improvvisamente direzione, si ferma con la bici sulla spalla per attraversare ma rimane immobile.

Wenn sich die Statuen ein wenig hinter den Sträuchern der östlichen Straßen verstecken, tragen sie Strophen von Gedanken, die schon viele Male gedacht wurden, doch ohne die Distanz eines breiten Bürgersteigs. Heute Morgen, in der Rinne des Flusses, verkleidet als Unterholz, bin ich gegenläufig dem letzten Monat eines Mädchens mit gelbem Schleier begegnet, das Zigaretten rauchte, ohne gefrühstückt zu haben. Die Finger in der Erde, der Alkohol im Mund am nächsten Tag, die Hände gleichgültig dieselben die auf die letzte Schicht der Laken drücken, durchtränkt von einem Geruch, der nie vertraut geworden ist. Er erlosch im Hintergrund eines seitlichen Urteils, wie alle Empfänger, die dem letzten Wort nachlaufen, als wäre der Satz ein Pfeil ohne Knoten.

Cammino, cammino segno una linea gialla con il navigatore che cresce e si sposta sulla parte esterna del timore, si satura per troppi punti, per troppe annotazioni questa città è densa. Esiste una fenomenologia degli accadimenti che si semplifica per detrazione, è un furto alla difficoltà e diventa scolastica, una didattica semplicissima.

A chance encounter. An incomplete conversation. A dog stopping in front of a tree for no apparent reason. A photograph that adds nothing to the ones already taken. Every event settles like dust. In the end I realize that the real fissure is not in the urban landscape. It is in the method itself. One cannot map indefinitely a city that has already archived its main fracture. The fall of the Wall has become didactic. A chapter. A museum route. The parks remain. The elderly keep talking. The dogs keep sniffing the ground with the same concentration. But the map I was looking for no longer coincides with the place. One morning I stop recording. The camera stays in the backpack. I walk toward the station without hurry, as if I were simply following one of my imaginary lines. The city remains behind me, ordered like an archive already consulted. For a man who searches for fissures, even a capital can become a surface that is too smooth.

In questa ruggine diffusa della città, in questo antico scricchiolare e annusare delle cose consumate dal tempo, su questo marciapiede dove assorbo la quiete algebra delle cose, e la passiva, quasi gentile piattezza del mondo, penso che forse vorrei semplicemente tornare a casa. Non una casa crudele, ma quel posto sano e quotidiano, che diffida dell’azione quando l’azione diventa soltanto un altro modo per evitare l’inerzia. un movimento che torna sempre dentro di me, semplicemente. Per anni ho cercato incrinature, pause, crepe nelle realtà, molliche, ragni che si inerpicano su sacchetti di plastica nei parchi, conversazioni incomplete tra ciechi. La città si è lasciata catalogare solo fino a un certo punto. Dopo, tutto è diventato ripetizione: lo stesso cane davanti allo stesso albero, lo stesso vento tra le strade larghe e la stessa puzza di carne e cipolla, le stesse vetrine chiuse la mattina.

Muovendo appena il capo in un saluto che non è per nessuno in particolare, mi vedo già passare davanti alle case di casa,
a quella riconoscibile mappatura che è il mondo prima del mondo.


Chi dormiva nel labirinto di granito, chi andò dagli alberi, per avere cura e consolazione.
Chi dormiva nel labirinto di granito, chi andò dagli alberi, per avere cura e consolazione.