APOSIOPESI²

In this context, the setting assumes a grotesque dimension: a city suspended in an uncanny stillness, where bodies seem present yet absent, drifting between inertia and latent motion. The atmosphere evokes a collective pause bordering on the surreal, where the ordinary rhythm of life is distorted into something disquieting—streets emptied or frozen, presences reduced to traces, and a sense of time stretched to the point of estrangement. The grotesque emerges not through excess, but through this uncanny suspension, where the familiar becomes alien and the threshold between awareness and oblivion remains perpetually unresolved.

Da quando gli parlo, la mia voce è diventata più bassa, mentre le sue labbra sembrano in attesa di un suono. L’ultima volta che ci siamo incontrati era il 29 febbraio del 2020 e il nostro dialogo si è svolto come di consueto. Poi qualcosa si è incrinata nel susseguirsi dei diari, le città hanno iniziato la loro dieta, come se ogni giorno sottraesse una quota di realtà invece di aggregarla. Per quanto assurdo possa sembrare il tizio dal cappello giallo che passava ogni tanto depositava delle piccole pietre nel muretto che apparteneva alla villa. Ogni giorno, come una sorta di mosaico, una forma forse per stigmatizzare il suo rapporto con quella passeggiata. Il tempo ha semplicemente cambiato stato.

Da solido a liquido, come una cloaca che ristagna senza andare avanti.

Tutto quello che c’era attorno a noi assumeva una forma grottesca, una deformazione manifesta, una viva e più sottile e inquietante alterazione della norma. Le strade percorse da presenze silenziose, figure che sembrano trattenute tra la pittura e la veglia, come se un’intera parte di realtà avesse dimenticato come completare un gesto. Le finestre restano aperte su stanze immobili, e persino la luce sembra esitante, incapace di decidere se entrare o ritirarsi. E anche una sequenza semplice di eventi ripetuti diventa una possibile norma per leggere il cosmo. L’aposiopesi collettiva e tanto sperata era arrivata a compiersi.

Sono morto il 15 marzo 2020, e quel giorno non è mai davvero arrivato. Ogni giorno successivo al 29 febbraio sembra una replica sbiadita del precedente, come se la pittura fosse rimasta intrappolata in un’interruzione del discorso, una gigantesca aposiopesi al quadrato. Anche da dove sono adesso continuo a cercare, in un riflesso, in una postura sospesa fra due passi, nel vuoto di uno scalino e nella fantasia dell’intonaco incrinato dall’umidità. Nei fogli a terra, nelle cose e nel loro faticoso fiato. Ovunque e in nessun luogo, prima che la voce diventi suono e che il linguaggio accetti la regola implicita di questa sospensione. Potrei svegliarmi ma non ne ho voglia, anche il silenzio ha imparato a respirare.

All I want to be
Is washed out by the sea
No death star over me
Won’t give me any peace
All I want is light relief
Put the crazies on the street
Give them guns and feed them meat
They’ll shoot the death star down
Dig a hole and put it down
Thousand miles underground.

Chi dormiva nel labirinto di granito, chi andò dagli alberi, per avere cura e consolazione.
Chi dormiva nel labirinto di granito, chi andò dagli alberi, per avere cura e consolazione.