NIENTE/NOT A THING
Sculpture in serie/Pitture (2009)
Il Niente è una scultura in legno prodotta in 100 esemplari.

Nello spazio di tempo che intercorre fra una pausa attiva e un esercizio fisico scesi le scale di quella città ignobile per ritrovarmi catapultato in una via viva come un arnia in procinto di deflagrare in un esercizio simile alla fine del mondo. Amavo passare dal Villino Florio e percorrere Corso Finocchiaro Aprile fino a raggiungere una piccola bottega nascosta che vendeva formaggi, Garofalo. Fu lui a indicarmi il falegname, la strada, la giustificazione.
Il Niente venne partorito così. Senza chiedere altro. Una volta entrato in quella piccola falegnameria avevo come la sensazione di aver già attraversato quello spazio, almeno da un punto di vista metafisico, oscuro. Era presente un microcosmo di residui.
Tenerezza d’approdo e di abisso, sei soltanto respiro, ala che non torna nel braccio, radice, brandello d’assenza, passaggio: già gela tra i tralci storditi dell’aria. Scaccia le visioni, il torace è lastra ardente di vuoto: resta il calore delle strette tra polpastrelli e niente, appunto, come quella sera in cui sfioravi l’ombra. Fiato, grembo di la sul tavolo riposano ferme le matite che hai mangiato mentre ti chiedevi cosa ci fosse oltre lo schiudere dei varchi. Quando si spegne l’età chiara.
Ecco un pezzo di legno bianco e opaco con umida voce e tacere lenisce la fronte, ogni cosa pare accessibile e tutto è chiarore che cancella. Ora il pezzo di legno riposa nelle mensole, negli armadi, sulle librerie con due occhi neri e tre strisce cremisi, si offre alla vista come corpo assurdo.

Invisibile non è. Una rivelazione tra un ricordo e un testo mai letto (semplice per approssimazione). Oppure sopra la ventola di un cesso profumato di lavanda che suona, prova a scandire equilibri di cui non dovrebbe esserne cosciente la plastica, il suo sguardo però è sintetico un occhio si è cancellato. I suoi piccoli filamenti di lana sbiaditi per l’umidità. Eccolo il niente bello come un dildo, tra ascetismo e iconoclastia. Ricorda un organo teso alla semina, forma che promette ma non compie. Vorrei afferrarne il bordo, vederlo saldo nel palmo, presente, fuori l’aria è lieve ma lui resta eretto nel giorno quando tutto attorno arriverà l’inverno e con lei saliva e silenzio. La nostra pelle segnata dal tempo. Ma è tutto bianco abisso che prende figura.








The coffee went cold between us.
You said it didn’t matter.
Outside, a truck passed. Then another.
The clock on the stove blinked 12:00
like it had something to confess
and thought better of it.
I asked if you were staying.
You looked at the window,
at your own reflection,
as if it had asked first.
“It’s not a thing,” you said.
“Nothing happened.”
But the room had shifted.
The chair where you’d been sitting
kept its shape after you stood.
The air held on to you
longer than I did.
Later, I washed the cup you used.
Set it upside down on a towel.
Water gathered at the rim,
then fell—
not a sound,
not a thing.


