SOLO
Ficarra contemporary divan (2015)
Quando si gioca in casa è sempre complicato restituire in maniera chiara le proprie osservazioni, quando si gioca in casa si conoscono i trucchi, i nascondigli, i retroscena, e la messinscena dell’arte non funziona più, c’è bisogno di un atto di autenticità, di qualcosa che abbia a che fare con il senso del nostro stare al mondo. Quando si decide di fare qualcosa di vero, bisogna fare i conti con la solitudine.

Nella mia personalissima agenda, dove benissimo riescono a coesistere liste della spesa e appunti di circuit training, trovo l’elenco delle letture di quest’estate, o meglio, dei libri in quel momento sul tavolo da lavoro, fra questi le Operette morali di Giacomo Leopardi con una sottolineatura su Dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie, I Vangeli nella edizione da catechesi San Paolo, Cinque meditazioni sulla bellezza di François Cheng, Il sogno di una cosa di Pier Paolo Pasolini, Lettera a un religioso di Simone Weil, Conversazioni notturne a Gerusalemme di Carlo Maria Martini. Credo di essere molto inquieto come persona, credo si evinca dalla breve lista, motivo per cui non sempre guardo al passato con piacere, lo trovo sempre così poco consistente, totalmente privo di senso a differenza del suo contrario dove vince chi ha più immaginazione, chi si permette di fare passi dentro a ciò che non è ancora oggetto di comunicazione.
Nelle conversazioni del Cardinale Carlo Maria Martini con il gesuita austriaco Georg Sporschill emergono delle problematiche che ho trovato simili, con le dovute differenze, al grande problema della comunicazione contemporanea e alla difficoltà che deriva dalla totale mancanza del sacro da tutti gli aspetti della vita quotidiana. Fra le tante cose mi ha colpito una frase: “L’atteggiamento di Gesù dimostra l’importanza che può assumere la decisione di un dodicenne.” Deve essere stato difficile, mi chiedo, avere un’aderenza così forte alla propria verità tanto da farsi morire? Che limite ci può essere alla propria autenticità? Al di là di cosa sia bello e di cosa sia brutto forse è il momento di tornare a pensare a cosa sia giusto e cosa sbagliato e quindi a cosa sia autentico e a cosa non lo sia. A questo proposito esiste un racconto indiano che mi aiuta sempre a capire bene cosa sia, realmente, autentico, un racconto secondo il quale la vita si svolge in quattro fasi. Dapprima impariamo, poi insegniamo, poi ci ritiriamo e impariamo a tacere e nella quarta fase l’uomo impara a mendicare.


Mi piace guardare al mondo in questa prospettiva, una visione sottosopra, per certi versi eretica, della realtà. Ho deciso di raccontare la storia della passione di Cristo dal Golgota al sepolcro secondo la suddivisione dei minori francescani del 1300 in 14 stazioni (quadri), utilizzando il cemento e l’azolo, polvere ricavata dalla frantumazione della pietra lavica raccolta sull’Etna, senza utilizzare immagini, in una forma piuttosto iconoclasta, termine che in campo religioso rimanda a ben altri contesti. Ho deciso di raccontarla in primo luogo per una questione di rispetto per la grande tradizione sacra del nostro territorio, quella che Lucio Piccolo modula nella sua poesia carica di misticismo, e che le maestranze ci hanno lasciato in eredità, in chiese, monumenti, altari, statue. Nei paesaggi che che si alternano al ritmo delle processioni e dei rituali, che tanto assomigliano a quella che Pasolini, parlando a Gennarello, indicava come ultima speranza di salvezza contro il dilagare della superficialità consumistica. “Per queste ragioni sappi che negli insegnamenti che ti impartirò, non c’è il minimo dubbio, io ti sospingerò a tutte le sconsacrazioni possibili, alla mancanza di ogni rispetto per ogni sentimento istituito. Tuttavia il fondo del mio insegnamento consisterà nel convincerti a non temere la sacralità e i sentimenti, di cui il laicismo consumistico ha privato gli uomini trasformandoli in brutti e stupidi automi adoratori di feticci.”







Altro elemento non meno importante credo sia stata la mia fascinazione nei confronti della solitudine, la storia della passione e la storia di un grande fallimento della carne, una storia di solitudine. Ficarra è urbanisticamente simile per stratificazioni alla maggior parte dei paesi Nebroidei immersi fra ulivi e noccioleti, dove residui di un’era artigianale lasciano spazio all’orrore di certe bizzarre scelte architettoniche moderne. La chiesa di San Sebastiano (XVIII sec.) si trova nella parte bassa del paese e si raggiunge attraversando una fitta rete di case e piccoli giardini improvvisati, accanto ad un panificio di altri tempi, gestito da gente di altri tempi, gente semplice, che si divide fra il lievito, la farina e la cura della chiesa stessa. Difficile arrivarci in macchina a meno che non si prendano le misure per non rimanere incastrati, un luogo perfetto per isolarsi, per guardare il sorgere e il morire del sole sulla valle di Sinagra. Per arrivare qui bisogna decidere di fare scale e quindi per un momento abbandonare la comodità del centro.




Qui il gioco diventa complicato, qui bisogna riuscire a dialogare bene con una storia di preghiere e invocazioni, aderire al respiro delle cose, avere prudenza nel senso autentico del termine cioè pratica del discernimento, e lettura prima analitica e poi sintetica del reale, bisogna accettare l’eredità degli sconfitti, la loro bellezza, come diceva il grande drammaturgo Palermitano Franco Scaldati: “La bellezza è degli sconfitti. Il futuro non è dei vincitori, è di chi ha la capacità di vivere. E chi ha la capacità di vivere, di essere totalmente se stesso, è inevitabilmente sconfitto. È qui il seme che crea e si traduce in futuro, vita: una sconfitta di straordinaria bellezza. Le facce degli sconfitti, le loro voci, continuano ad esistere. Sono i vincitori che non esisteranno più. Questo è il grande splendore dell’esistenza.” Il gruppo di Cantori popolari di Galati Mamertino arriva in orario, non ritarda mai, rimangono spiazzati davanti alla presentazione istituzionale della manifestazione e si mettono subito in disparte, ascoltano solo di striscio le dichiarazioni sciorinate dai politici di cui vale la pena ricordare quella dell’Assessore Regionale dei Beni Culturali e dell’Identità Siciliana On. Antonio Purpura: “L’arte contemporanea va sostenuta perché sarà l’arte antica del futuro” che ricorda il migliore Riccardo Pazzaglia grandissimo e indimenticabile giornalista e paroliere napoletano.
I Cantori di Galati sono un gruppo vocale composto da 11 elementi quasi tutti ultra-settantenni, pensionati, ex braccianti, allevatori, agricoltori, nati e vissuti sui Monti Nebrodi di cui conoscono aspetti e episodi ai più inediti. Ho chiesto a loro di cantare “I Lamenti” i canti tipici del venerdì santo. Qui ad ascoltarli si crea una divisione netta fra due ambiti importanti del reale quella fra religione e politica che risale a Gesù di Nazaret quando pronunciò le celebri parole: “Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio” (Matteo 22,21). Si tratta di una frase che è all’origine della storia politica dell’occidente e della separazione fra sacro e profano. Riesce ancora oggi a stabilire bene i margini verso cui ci proiettiamo, nonostante una religione non ci basti più, nonostante la politica con le sue ipocrisie abbia generato mostri, nonostante il tempo abbia scavato profondamente le nostre anime, povere anime. Accanto a me ci sono molte persone, mentre il canto di disperazione e invocazione alla regina dei cieli si traduce in un lamento: “Maria Affaccia ca to figghiu passa, porta na catina longa e rossa, carni un navi chiù supra sti ossa, lu accumpagni tu dintra la fossa.” (Maria affaccia che tuo figlio sta passando, porta una catena lunga e grossa, non ha più carne sopra le ossa, accompagnalo alla fossa). Per un attimo credo con lucidità di aver avuto il coraggio di una idea, ripulito dal talento che conferma e che fa tornare indietro. Una scoperta, una piccola parte di universo fluisce nei profili di queste colline che anche questa sera ci somigliano. Un pensiero segreto che lascio scivolare con orgoglio.



