“O” ESTENSIONE DELLO SPAZIO ADDOMESTICATO

“O” è un riassunto, attraverso un percorso visivo, di una ricerca che indaga la percezione estetica del lavoro che ha come suo fondamento la reiterazione dei gesti, le sue numerose applicazioni e le possibili variabili che da esso ne conseguono. BOCS

Tentativo di adattamento ad un mondo simbolico ormai defunto, frutto di un allenamento costante e di una propensione alla lentezza e alla sua perizia. Sintesi di un processo che cerca di “…smascherare, attraverso un raffronto tra il presunto identico e il presunto differente la meccanicità di uno sguardo…” peculiarità delle attività lavorative in genere (come quella della produzione del carbone), rimaste intatte fino a pochi decenni fa e che sottolineano come la “ripetizione” sia un processo antropologicamente costitutivo che accomuna ritualità e tecnica. La prima linea è un dono, il resto è lavoro.

01 – Questa poesia ha finalmente doppiato il tempo. Il tempo in cui parlavamo di montagne e di voragini, adesso l’ha doppiato, ha fermato la sua corsa – forse, tra gli spazi di quelle lapidi così piccole e così tenere da poter mutare il sangue in marmo. Quando mio nonno versava l’acqua nelle crepe, nelle fenditure, giù per gli antri del lavoro agreste, poteva fissarlo negli occhi, quando puntellava sapientemente con la fiamma quello spazio circolare già vissuto e divenuto chioma: la chioma di alberi feriti, il ritratto di un paesaggio di campagna, faro sulla strada che da Villa Piccolo porta alla pietra lavica di Randazzo, agli orologi di Santa Domenica Vittoria, al refrigerio improvviso, ai rovi. Questa poesia ha il palato graffiato e le mani callose, il colore degli occhi e l’eredità delle cose che si dimenticano.

02 – E questi paesaggi esistono, per ricordarci muti tutto quello che siamo stati. Volevo dare una forma a questo distacco doloroso, chiederle di non sovrapporlo con trame simboliche: e lei si è fatta sfondo, vita organica, prestazione. Ho inciso questa tavola circolare per distacco e immersione, respirando profondamente l’inizio della sua presenza muta, sentendone allontanare il respiro, poco a poco. Ho percepito il margine divenire centro.

03 – Ho portato una telecamera per registrarne la frattura, per rimanere fermo anch’io a respirare la sua gioia. Sono riuscito a farlo. Ed ho visto la casa, una tenda, un fuoco, un corpo fermo, immobile, con il Mago seduto dietro, sulla panchina vicino ai cani: Non lo muovere!, diceva, Non ti muovere!, ripeteva. Poi Book morì, per ironia più che calcolo.

04 – La prima linea è un dono, il resto è lavoro. Non ho parlato, ho raccolto informazioni, in silenzio, su otto fogli di carta, l’intenzione era la stessa. Ho scritto un diario e questa poesia ha finalmente doppiato il tempo, quel tempo in cui parlavamo di distacchi e di ritorni. Ho provato a fissarne la trama su di una struttura a quarantaquattro linee ed ogni giorno lo stupore sbiadiva: poco allenamento alla variabile meccanica, poca attrazione per la ripetizione dell’identico, poca propensione all’abitudine. Eppure sotto le mie palpebre trascorrono una ad una tutte le sfumature di colore per ogni inferno che abbiamo creato insieme e nell’oscurità delle mie pupille sono sepolte ancora tutte quelle che i miei occhi non hanno saputo ritrovare le mattine in cui andavo a ricercarle nei riflessi lividi dell’acqua ormai stinta, versata. Hanno viaggiato dentro pacchi, dentro scatoloni e dentro stanze, sorpassato persone e frasi lette, sono finiti a terra, fogli buttati a terra, ubriachi marci. Hanno visto tutto, loro: hanno servito il pranzo, si sono resi complici, il loro vibrare ha parlato per me, fino al loro stesso termine, all’afasia. Hanno resistito fino alla fine e infine si sono esistiti.

05 – Ho un codice per cadere ancora e tornare cenere. Ho una lapide e un suono che mi circonda, ho tutto il tempo di cui ho bisogno per tornare da dove sono venuto, per scrivere su fogli di carta ingiallita, per incontrare nemici, per seppellire asce, per centellinare il cibo. Guardo la lapide e non le chiedo niente, so già cosa c’è oltre quel giardino.

Chi dormiva nel labirinto di granito, chi andò dagli alberi, per avere cura e consolazione.
Chi dormiva nel labirinto di granito, chi andò dagli alberi, per avere cura e consolazione.