NEVROS/CAMPING

Negli anni ’50 la modernizzazione era ancora limitata nelle aree interne. L’abitare provvisorio non era percepito come eccezionale, ma come parte integrante del ciclo produttivo e della vita rurale. La precarietà strutturale conviveva con una conoscenza profonda dell’ambiente e con pratiche costruttive adattive, frutto di tradizioni secolari.

Tende in tela cerata o sacchi di juta ricuciti. Ripari con canne, frasche, pali di castagno o ulivo. Giacigli di paglia o foglie secche. Focolari all’aperto o riparati da pietre. Pietre su pietre, antiche giare, acqua. Settimane e mesi senza vociare di gente. Cucina su fuoco vivo, cucchiai in legno, paioli, bracieri, stoviglie di latta. Tutto a portata di braccio, a sguardo, vedo la notte e rientro. Pagghiari e ripari in pietra a secco. Piccoli edifici circolari in pietra lavica o calcarea. Azolo. Tetto conico o a falsa cupola, nicchie dove neanche un beatificato locale trova domicilio. Attezzi che servono a fare attrezzi. Durante la transumanza si sorveglia la coltura. Masserie e bagli, cortili chiusi, odore di famiglie, braccianti, animali a coabitare e fumo di caldane e poco sale. Niente luce e di corrente soltanto l’acqua.
 

Baracche e soluzioni di fortuna nel dopoguerra in legno e lamiera. Riutilizzo di materiali militari dismessi. Quartieri provvisori con tetti di metallo ondulato, pavimenti in terra battuta.

Il sentiero saliva lento tra le querce contorte del Bosco Malabotta, dove l’aria profuma di muschio e terra scura. La tenda color grano era tesa tra due tronchi, poco distante da un fuoco acceso con pazienza. Attorno, stoviglie di latta, un paiolo annerito, qualche asse di legno recuperata. Nulla di superfluo. Solo ciò che serve per restare.

I due uomini si muovevano con gesti misurati. Uno alimentava la fiamma con rami secchi, l’altro controllava la corda tesa tra gli alberi dove asciugavano camicie lavate al torrente. La vita dell’accampamento non aveva orari scritti, ma seguiva il ritmo della luce e del vento. Sull’Etna, anche quando non lo si vede, si avverte la presenza della montagna: una quiete vigile, come se la terra respirasse sotto i piedi.

Transumanza, movimento stagionale delle greggi, ricoveri mobili, recinti in legno o pietra.
 

Vita organizzata attorno al fuoco. Il fuoco.

The tent had the color of dry wheat under an August sun, though here, in the shadowed woods of Bosco Malabotta, the light arrived filtered and green. The forest held its breath the way it does on the slopes of Etna, where the earth is never entirely still. In the Nebrodi mountains, nature does not soften itself for comfort; it presents bark, ash, stone, and silence in their original forms. Two men had made a temporary kingdom there. A canvas shelter stretched tight between trees, a rope line burdened with washed shirts, a blackened kettle suspended above a modest fire. Nothing more. Nothing less. Their boots were caked with mud the color of volcanic soil, their hands marked by resin and labor. They moved with the unspoken coordination of those who understand that survival is not heroic—it is methodical. The fire crackled in a small circle of cleared earth. Around it lay chopped branches and a hatchet embedded in a log. The camp was not picturesque in the polished sense; it was beautiful in its necessity. Smoke curled upward and dissolved into the canopy, joining the breath of ancient oaks and beeches that had watched shepherds, woodcutters, and wanderers pass for centuries. One of the men laughed, lifting a tin cup. The other leaned back against a rock dark as cooled lava, rifle resting across his knees, as if it were simply another tool, no more significant than the kettle or the rope. They had come to the forest not to conquer it but to endure within it. In this rural corner of Sicily, resilience was not a slogan; it was inherited knowledge—how to tie a secure knot, how to read the weather in the wind’s direction, how to coax flame from damp wood. The aesthetic of the place was austere. There were no smooth edges, no curated angles. The ground was uneven, the stones sharp, the air scented with sap and smoke. Yet in that roughness there was clarity. Stripped of excess, life revealed its essential gestures: tending the fire, sharing a drink, listening for distant sounds among the trees.

Above them, Etna stood beyond sight but not beyond presence, a reminder that the land itself survives through rupture and renewal. In the quiet persistence of their camp, the men mirrored that same endurance—fragile figures beneath towering trunks, held upright by the simple, stubborn will to remain.

Caldaie per il latte, giacigli spartani, verdure selvatiche, graminacee, licheni. Presenza costante di cani da guardia. Stare soli, camminare, armi di ferro, di rame, pozze. Condividere lavoro e forze, costruire senza ornamento, integrarsi nel paesaggio. Essere il panorama, essere il clima, essere le stagioni, essere il territorio. Non erano soli. Più in alto, sui crinali dei Nebrodi, si muovevano le greggi. La transumanza attraversava quei boschi da generazioni, e con essa un’altra forma di accampamento: pastorale, mobile, essenziale. I recinti venivano improvvisati con pali e pietre; il ricovero, spesso una baracca leggera o un riparo di frasche addossato alla roccia. Il fuoco restava il centro di tutto.
La sera, accanto alla tenda, si sentivano in lontananza i campanacci delle pecore. I pastori lavoravano il latte in grandi caldaie di rame, trasformandolo in forme fresche ancora tiepide. I cani da guardiania vegliavano silenziosi ai margini dell’oscurità, mentre gli uomini riposavano su giacigli spartani, avvolti in coperte pesanti contro l’umidità notturna.

Ho percorso la strada più lunga, la strada che sale tra le querce del Bosco, polvere e cenere sotto le scarpe, odore di resina e fumo nell’aria affilata. Marcata. Era una strada senza arrivo, solo un bivacco provvisorio tra pietre laviche e silenzi nella strada che porta ad Alcara. Li dove c’è l’aquila, dove una tenda color paglia tesa contro il vento proclama la sua esplicita voglia sembrare Etna. Altri camminavano con me, compagni di fuoco e di debolezza, fratelli di stagioni e transumanze,
uomini con le mani segnate dal bianco latticino e dal battere nero del carbone. E tutti mi hanno detto addio, svoltando dietro una dorsale, seguendo il suono dei campanacci, tracciando sentieri diritti tra pasture e nebbie. Non si sono voltati. Conoscevano la loro meta: una casa di pietra, un recinto estemporaneo di fondo oltre il crinale. Li ho visti dissolversi nel paesaggio acerbo, tra sabbia e stoppie bruciate dal sole, tra faggi antichi e rocce scure che trattengono il calore del giorno. Le persone della mia vita sono rimaste come fumo sopra il fuoco, sono voci lontane mescolate allo scirocco che è cenere che sale. Resto nel campo smontato, con la brace che ancora respira sotto la terra. Davanti non ci sono promesse di arrivi, solo la riluttanza quieta di chi accende di nuovo il fuoco e guarda la gora.

In quella Sicilia degli anni Cinquanta, l’abitare non era una struttura immobile, ma un adattamento continuo. Che fosse una tenda tra gli alberi o un ricovero pastorale lungo la via della transumanza, ogni accampamento rappresentava un equilibrio temporaneo tra necessità e territorio. La pratica vera della resistenza dell’uomo abbandonato davanti al cosmo, giorno dopo giorno, nel gesto di accendere il fuoco, nel custodire gli animali, nel restare saldi dentro una natura aspra e antica.

Chi dormiva nel labirinto di granito, chi andò dagli alberi, per avere cura e consolazione.
Chi dormiva nel labirinto di granito, chi andò dagli alberi, per avere cura e consolazione.