BLUMENKHOL
Drawings (2012)
Tra il 2010 e il 2012 mi capitava spesso di passare lungo la strada provinciale senza prendere la via del mare, in mezzo al traffico continuo di auto e agli autobus carichi di studenti diretti a scuola. Lì, quasi sospeso nel traffico, c’era un piccolo chiosco di frutta e verdura. Mi fermavo spesso: più che per comprare, per scambiare qualche parola con il proprietario. Era un tipo tranquillo, ma non parlavamo tanto, con una disinvoltura dei modi che mi è sempre rimasta impressa. In più di un’occasione si mostrò sinceramente interessato a quello che facevo. Quel chiosco, pensavo, sarebbe stato uno studio perfetto: per la sua posizione instabile, quasi effimera, e per quel senso di esposizione continua, sotto gli occhi di tutti.

A rendere il luogo ancora più singolare c’era l’albero del corallo sotto cui era sistemato il chiosco, che esiste ancora oggi, forse l’unico esemplare del paese. In primavera si accende di un rosso stupefacente, quasi irreale, fatto di fiori carnosi e vibranti che sembravano appunto coralli. Un rosso vivo, caldo, che trasforma di fatto quel punto anonimo della strada in qualcosa di inatteso.
Un fulmineo sbuffo d’aria fresca, da qualche parte si sfiora l’idea di fendere il rosso per vedere se esce sangue, forse una porta di vetro aggiustata con il nastro adesivo della Birra Messina e lo scatolo si banane si è aprono nella quiete di questa serata. I chioschi di frutta e verdura mi hanno sempre messo questo sottofondo infelice, malinconico. Mi vedo esitare da vecchio sulla soglia con un tenue risolino di lieto presagio di morte.


Da lì l’idea di esporre un lavoro nel periodo di natale. Friselle condite con pomodoro olio e origano, birre e una luce al neon a tagliare la sera, perfetta e senza data, in un vicolo anonimo e solitario se non fosse per qualche sporadico bagliore di fari di macchina. Un abbraccio caldo all’inverno di un solitario albero in fiore che alle sue radici contiene un esercizio di frattali e forme come petali bianchi.





Il broccolo è il vegetale della responsabilità, quella che sorride a cui ci si è disabituati. È qui c’è il primo errore che mi obbliga a sciogliere il mistero in una premessa. Non ci si è disabituati a nulla, non è in crisi nulla se non le costruzioni basate su pregresse stratificazioni a partire da tensioni ideali mai nate, mai realizzate, mai morte. Si sgretolano solo i confini sulle mappe in espansione del pensiero. Poco fa per esempio stavo camminando e guardavo la luce calare e la pioggia scendere piano di traverso, ma mi sono subito corretta: questo non può essere l’inizio di un racconto invernale che odora di minestrone perché puzza maledettamente di rancido cliché. Sì un cliché, proprio il figlio primogenito della concezione secondo la quale ci si è disabituati, ci si è allontanati da dorate conquiste pregresse. I cliché sono in effetti verità retoricamente camuffate per allontanarsi dalla felicità, il vero tabù che sorvola sopra la nebbia fitta del malumore. Non rinnego le foto dei castelli e le contorsioni plastiche delle statue greche, ma voglio guardarle da dietro. La schiena del resto è altrettanto muscolosa, i glutei altrettanto lucenti e il giardino dietro le mura altrettanto aggrovigliato. L’infanzia ci piace perché la puzza più invasiva che ricordiamo è quella di inchiostro e di piedi sudati, perché il tempo è degli altri e sembra durare di più, l’acqua della doccia è calda al punto giusto, aprile e marzo sono un carcere infelice dietro le finestre alte con i gomiti imbrattati dai residui della gomma. Ma degli altri non è solo il tempo come circonferenza piatta tra il costume e il cappotto.






Degli altri è soprattutto lo spazio, le stanze, l’ingresso. La testa entra nella guaina familiare immediatamente insieme al piede che ha varcato la soglia ed è subito riposo, calore o frescura senza muovere le mani nervosamente per regolare le proprie preferenze. Anche se abbiamo abbandonato da centinaia di anni le tribù, a turno assecondiamo più o meno passivamente, più o meno spiccatamente le nostre inclinazioni. Le incastriamo, le moduliamo nella fitta rete che ci lega e slega ai corpi vivi e morti. Il contrario è un falso d’autore, un ingranaggio a gettoni d’oro per abbindolare le folle. Con nostalgia ti rincorro su per la terrazza e siamo in tre e sembra non finire mai quell’ebbrezza, quello stato perfetto di cose per cui il vento c’è ma solo per muovere bene i rami carichi, si può tenere la giacca leggera ma senza abbottonarla e scombinare il vestito, ci si può anche baciare sulla bocca perché tanto è degli altri anche quella, insieme allo sguardo poggiato sul fuoco che squaglia le facce di carta come fosse pelle vera. Ci hanno per lo più educato ai gradi, alla progressione o all’eccesso repentino che anche quello una vetta a partire da, o alla mediocrità delle mezze misure che per essere tali contemplano due punti sbagliati, da un lato e dall’altro. Invece poi è un problema di cartilagine e legamenti, quando la testa si sgancia dal piede che incede molle dimenticando il naso.


