PIETRE/PASSI/FOGLI/PALME

Stones maybe or just a sound stumbling into itself steps not moving but circling inside an echo pages like folds of air brushing losing themselves palms as pauses stretched suspended almost breaths held and everything slipping out of order as if meaning lived elsewhere between one consonant and the next where time does not settle but trembles.

1. Una raccolta di brani, fra immagini e testi: 1984.
2. Una raccolta di ritagli: TF00.

Handbooks, Centro Culturale Polivalente, Catania.

Cartografie dell’immaginario, Padiglione Chiarini Carletti, Viterbo.

Non abbiamo discendenti ma solo una superficie che registra pressioni, nella fase di convalescenza il drago riposa già ferito nella spelonca. Allora procedere a passi lenti diventa una forma di consultazione; si interroga il suolo, si sfogliano cataloghi di gemmologia, foto di vecchi massi squartati dal tempo, si accetta di non trovare nulla che somigli a una risposta. Invece scrivere, come disegnare, assume una dinamica di deconcentrazione dall’emorragia. Avete presente quando incontrate una persona per strada e decidete di cambiare marciapiede per evitare l’incontro? Avete presente cosa fate per mostrarvi impegnati in attività senza senso? Scrivere a penna è necessario per pace e stabilità. Bisogna evitare di incontrare persone.

3. Una raccolta di testi scritti a mano: TF01.




Per questo è così complicato, perché i fogli si perdono. I fogli, dispersi, non compongono un testo. Sono residui di un sistema interrotto, siamo noi quando non aspiriamo più alla completezza, anche perché la cosa fondamentale è il ritmo che resiste alla continuità. Le parole quando appaiono nero su bianco e sbilenche come polveri sottili, non spiegano, depositano. Leggere diventa un atto marginale, un modo per stabilire un confine fra pietre, chilometri, disegni, papaveri. I chilometri in linea retta, senza una direzione precisa che ne ridefinisca lo spazio, i passaggi obbligati, ogni giorno, i segni del cammino su cui è stata impressa una dichiarazione di presenza. Umidità, temperatura, densità. Ti stai facendo i muscoli nella testa, quante volte hai avuto paura? Stai veramente andando all’inferno?

Anche il corpo si comporta come un catalogo mobile, registra batteri, scambi invisibili, contaminazioni che sfuggono al controllo. Mi ricordo di una arenaria dipinta da qualcuno al lago tre arie, una segnaletica per pastori difficilmente traducibile.

A gennaio i batteri non accompagnano il viaggio: lo rendono possibile. Operano a una scala che non coincide con la percezione, ma che determina ogni trasformazione. Sulle pietre i licheni iniziano dove il linguaggio si interrompe. Non colonizzano: persistono. Sono lenti, quasi immobili, eppure trasformano. Creano un ecosistema minimo, una soglia tra ciò che è stato e ciò che potrebbe essere.

A febbraio le pietre sembrano la cosa più semplice del mondo
(cioè: dure, mute, lì da sempre), ma è solo perché non siamo attrezzati per leggere quello che fanno davvero.

Avanzi e pensi di lasciare una traccia, ma in realtà stai solo contribuendo a un database già saturo, in cui ogni nuova impronta è indistinguibile dalle precedenti, se non per variazioni microscopiche. Camminando ho trovato un fungo. La sua forma tondeggiante, la buccia spessa che si spacca, e la nube marrone portavano a pensare ad un Scleroderma citrinum, una volta aperto all’interno c’era una massa di spore mature che salivano verso l’alto, come un fuoco, una polvere talmente fitta da sembrare fumo.


Il viaggio entra qui come una specie di dispositivo narrativo che promette ordine (partenza, percorso, arrivo). Stoffe che per un comico scherzo del destino vengono perse e sostituite da una immagine delle stesse. Suona come una digressione, ma non lo è: i batteri sono il viaggio. Sono la parte del viaggio che avviene indipendentemente dalla tua intenzione. Ti sposti e loro proliferano, si scambiano, colonizzano superfici, incluso te. E mentre tu pensi di “fare esperienza”, loro stanno facendo ecosistema.

4. Una raccolta di foto: TUNISIA.

La Tunisia, Pelagica, Gigantic, Milano.

E poi ci sono le palme, con il loro esotismo di seconda mano, con la loro natura da cartolina ma che funziona. Mi piacciono perché non guardano niente, ma partecipano a una rete di scambi fra la luce che penetra tremula, l’acqua, l’aria, batteri, tutto. Un ecosistema non è una somma di elementi, è una serie di feedback loop che continuano a riaggiustarsi. E tu sei dentro, anche quando pensi di essere solo un osservatore. A Palermo sono state devastate da un insetto originario dell’Asia sud-orientale, un parassita. Un coleottero di colore rosso-arancio, lungo circa 2–4 cm che scava gallerie all’interno del tronco nutrendosi dei tessuti interni fino a causarne il collasso e la morte. In Sicilia è arrivato nei primi anni 2000 principalmente tramite il commercio internazionale di piante ornamentali infestate importate dal Nord Africa. Il punto (se c’è un punto) è che nessuno di questi elementi lavora per produrre una storia coerente. La coerenza è una richiesta nostra, forse una pretesa. Loro operano comunque: accumulano, trasformano, redistribuiscono. Le palme non offrono riparo. Forse non c’è nulla da ricostruire. Anche perché il paesaggio con i soli tronchi fra poco diventerà endemico.

A giugno all’orto botanico di Palermo abbiamo portato una tela dentro un sacchetto di plastica verde. Tutto parte dal principes plan tarum, come la chiamava Linness, uno dei simboli più indagati dall’antichità ad oggi. Simbolo di vittoria, ascensione, protezione, fecondità e fertilità.

5. Un quadro per il Museo delle Palme.

Il museo delle Palme, Orto botanico, Palermo.

E noi, nel frattempo, continuiamo a cercare un senso lineare, mentre tutto intorno funziona per stratificazione, per deriva, una logica che non è fatta per essere trovata ma per essere abitata (il che, a pensarci, è molto meno rassicurante). È stato un periodo di trasformazioni e di esitazioni, raccolte come sempre, in modo imperfetto, tra tentativi e soste.

I batteri lavorano al buio, inermi e necessari, trasformano il corpo in una soglia. Sulle pietre i licheni sono una pazienza verde, un accordo fragile tra ciò che insiste e ciò che cede. Tutto si organizza per soglie, per minime variazioni di intensità. Una macchina minima che lavora sottraendo forma per liberare intensità.

Il Professore: E questa stanza è lontana?
lo Stalker: In linea retta un 200 metri ma qui,

purtroppo, vie dirette non ce ne sono.

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Chi dormiva nel labirinto di granito, chi andò dagli alberi, per avere cura e consolazione.
Chi dormiva nel labirinto di granito, chi andò dagli alberi, per avere cura e consolazione.