SE STESSIMO UNO DI FIANCO ALL’ALTRO CI SAREBBE POSTO PER TUTTI E SPAZIO PER NESSUNO
Palermo (2018)
La mostra si muove ai margini di Manifesta provando a sottolinearne la genealogia liberista-progressista. Una riflessione sulla condizione dell’arte e del suo ruolo all’interno di un sistema che assimila e anticipa tendenze del capitalismo globale. Attraverso le singole ricerche degli artisti e una discussione intrecciata fra gli artisti Massimo Ricciardo, Tothi Folisi e il curatore Vincenzo Estremo, si è inteso dialogare a margine sul peso che le piattaforme espositive biennali hanno sulla trasformazione urbana. Un dispositivo, quello delle grandi mostre internazionali, che è espressione diretta del tardo capitalismo e che condiziona sensibilmente il dato abitativo. Una riflessione che, partendo dalla “deregulation” dell’abitare contemporaneo, vuole riflettere sulle conseguenze e sui benefici che l’arte apporta al mercato immobiliare. Una indagine sulle conseguenze del neoliberismo e sul suo peso rispetto al diritto alla casa. Una meta-riflessione sull’arte e sulle sue conseguenze che ha avuto come punto di partenza il concetto di economia libidinale di cui parlava Lyotard nel 1974 e che guarda al sistema dell’artecome piattaforma narcisistica svuotata del suo stesso senso critico. Una mostra che ripensa l’artista come quell’uomo di Orwell che “ha solo commesso l’errore di scegliere un mestiere col quale è impossibile diventare ricco.”






Appare chiaro che le forme architettoniche regolari si dovettero adattare all’ambiente e alle caratteristiche locali della meccanica cosmica, quali la direzione e l’inclinazione dei raggi solari.
Vive a circa 812 chilometri dall’Antartide e quando morirà vuole essere seppellito in un lago ghiacciato, gli piace la consistenza della torba. Dice che c’è un posto a circa due giorni di viaggio da qui dove è possibile vedere qualcosa di molto strano: c’è il teschio di un indio incastrato tra due alberi. Qualcuno, probabilmente la persona che lo ha ucciso, deve averlo messo lì e le piante, crescendo, si sono avvicinate sempre di più stringendosi intorno al teschio. Adesso sta in cima all’albero ed è piccolissimo e tutto schiacciato. Questa è la sua casa.







Abbandona la casa e vai errante nel sole fino a gente che non conosce i cibi conditi col sale.
Per non soccombere all’incertezza e restare dritto mi aggrappo al principio formulato da Robert Musil: “mi hai chiesto che cosa credo. Credo che anche se mi si dimostra mille volte che una cosa è buona oppure è bella, io sono e rimango indifferente, e l’unico segno sul quale regolerò il mio giudizio è: se la sua presenza mi abbassa o mi innalza”. Una collocazione temporale e geografica distorta, una storia vecchia, di oggetti posizionati come chiavi di una cassaforte dal meccanismo intricato. Uno Stargate, una finestra, una saponetta sul lavabo (Savon de Marseille), uno stendino ripiegato dietro una porta sempre aperta, raggiungibile solo dall’esterno di un complesso abitativo più grande, un corridoio esterno, un balcone, una camera da attraversare necessariamente con tutti i sensi a disposizione, e oggetti e le loro vicende a rendere possibile l’ennesimo viaggio temporale. Odori dalla strada per apprendere il concetto di architettura verticale. Una stratificazione perpendicolare che non permetteva neanche di affacciarsi. Attraverso gli oggetti si entrava in contatto con una realtà che poteva essere stata identica anche 50 anni prima, così dal bosco alla casa, così dal villaggio ai campi, come se fosse necessario superare il contrasto obbligato da una realtà all’altra. Per indicare questa confusione i geografi hanno inventato il termine rurbano, come ipotetica scomparsa di un centro. Una collocazione geografica che ancora memorie lontane insistono a chiamare Sicilia minore. I forati a perdita d’occhio, i contenitori dell’acqua sui tetti, le lenzuola stese al sole più grandi di qualsiasi giaciglio. Un pagliaio, un piccolo accampamento di muro a secco e paglia, che resiste, ma solo sotto l’auspicio favorevole degli Dei. Abbiamo volutamente delineato il nostro confine, utilizzando la luce e le macchie del suo mese preferito, abbiamo sostituito la libertà con la lontananza. Avevamo scarpe bellissime, letti di sterpaia e pitosforo, conifere come cuscini, sguardi incrociati. Richiamavamo a noi impollinatori per dare una parvenza di senso al nostro arresto.


Dal centro del bosco partiva verso l’alto un fumo domestico, rivelatore di una realtà antica, come lo era il suo profumo, eterno: il diritto alla prospettiva, a quella libertà dello sguardo che porta a inarcare il collo verso le nuvole, ad unire almeno per qualche momento il cielo e la terra. Così il fumo è diventato casa, forziere. Dalle strade che costeggiano il feudo ignorato, quello accessibile solo attraverso la numerazione scientifica delle ultime faggete dell’impero. Gravoso immoto ciò che fu puro movimento. Ci dovette essere un tempo in cui l’uomo viveva senza dimora, in cui casa e luogo di appropriazione degli oggetti utili a soddisfare i bisogni coincidevano, o non si aveva percezione della loro oggettiva suddivisione. La separazione tra il rifugio e il complesso tecnico linguistico, costituisce forse la prima radicale rivoluzione della specie umana. La percezione del mondo connessa alle attività nomadi di caccia e raccolta subisce una trasformazione radicale con la sedentarizzazione. L’uomo non conosce più soltanto attraverso gli spostamenti e l’attivazione delle sue capacità muscolari e olfattive, ma affida alla vista e alla costruzione geometrica di una fitta trama simbolica il rapporto tra il centro stabile fissato nel suo rifugio, o nell’habitat, e il territorio che gli consente di procurarsi il cibo. Il rapporto rifugio-territorio diventa così il termine principale della rappresentazione spazio-temporale, la forma stessa del rifugio corrisponde nello stesso tempo “alle necessità materiali della protezione e dell’economia e alla connessione tra rifugio e territorio, fra spazio umanizzato e universo selvaggio, cioè ai termini della integrazione spazio-temporale, come collocazione e come movimento” (Leroi-Gourhan).Così di tanto in tanto il pagliaio ha bisogno di qualche intervento riparatore, perché le zolle di terra a seguito soprattutto di piogge torrenziali tendono a calare. A schiacciarsi verso il basso, probabilmente perché anche quel tipo di abitazione sognava in tempi neanche troppo lontani una sua tendenza randagia.


Un ponte in pietra sulla fiumara Rosmarino, detto “Ponte Nuovo”, un ponte in un’unica campata ad arco ribassato che si trova sui monti che si affacciano sul Tirreno dall’altro corso del Simeto, antichi almeno quanto il cervo nobile, wapiti, Dioniso, linfa vitale che scorre nelle piante e che approda alle fontane di acque ieratiche, che si inerpica costeggiando i fianchi di monte Scurzi, conico colle che chiude a occidente la foce, sulla cui cima sorgeva arroccato un villaggio abbandonato, da dove si può contemplare il paese e il fondovalle già sprofondato nella semioscurità quando i raggi ancora infuocati si schiantano sulla rosea parete rocciosa. Li basta una coperta a murare come atto concreto, a delineare i punti cardinali, il tetto, il pavimento, l’ingresso e la finestra. Una tenda da campeggio piantata davanti ad un grandioso affioramento di calcari mesozoici, ambiente di rara e impervia bellezza, scabre rocche da dove scorgere il volo maestoso di grandi rapaci, l’aquila reale, terrore di greggi, radenti al terreno e alle bocche dei pastori. Assalti musulmani e strenue difese dei cristiani, intorno alla mitica rocca di Demenna, che nel IX secolo fu baluardo della resistenza bizantina contro l’avanzata dell’islam. L’odore freddo del terriccio sulle patate, il risucchio e lo schiaffo dei pastori, i tagli netti di una lama su radici vive. Non occorre ritornare nella casa abbandonata.



