JUMP IN FRONT OF THE TREVI FOUNTAIN
Roma (2002)
Cominciò a correr voce che ci fosse un posto nella zona dove si esaudivano i desideri naturalmente decisero di proteggerla come le pupille degli occhi: chissà quali desideri potevano venire in mente a qualcuno!
(il Professore) Stalker,Andrej Arsenevič Tarkovskij (1979).



Non avevamo dormito perché era uno di quesi viaggi lampo per vedere una mostra, per scappare dal solito posto occupato nella parte laterale della chiesa. Così con la Canon AE1 alle ore 5 di mattina, in totale solitudine posizionai la macchina e scattai una serie di foto saltando davanti alla fontana di Trevi. Non c’era nessuno, dopo qualche minuto il primo essere umano che arrivò, un sacerdote con un cane, sembrava il possessore delle chiavi della città, colui che aveva il potere o l’incantesimo di accendere tutto e dare via al giorno. La notte era trascorsa fra il mattatoio e le metropolitane chiuse, testaccio e trastevere, posti che avrei conosciuto meglio 10 anni dopo. Quanto sono 10 anni? Sono una sintesi piuttosto breve. Le sintesi dei giorni degli altri concessi da una mano veloce, da una spalla sotto un cappotto di dubbio gusto, da un racconto diacronico seduto alla finestra. C’è una belva che siede ancora sui scalini per arrivare a Monteverde dal lungotevere. Un animale che sgambetta rapido trafiggendo la fronte con le corna a spirale e schiaccia il nervo del castello che si vede solo nelle foto, e poi non esiste. Al chiostro c’era una fila particolarmente lunga, ancora non esisteva un collettivo che potesse dirsi veramente fermo. Eravamo solo amici che dormivano in una stazione della metro di Roma, di notte, senza nessun problema.
Qualche anno prima avevo disegnato con delle bombolette sui treni una scritta e quel viaggio per andare alla mostra assomigliavano tanto ad un punto di arrivo. Avevo anche qualche soldo che mi spingeva fuori a ingoiare le figure del palazzo di fronte. Per spremere un riepilogo bisogna attraversare altre intersezioni, per archiviare i ricordi bisogna dare spazio al tempo che copre come l’antitetanica una parte del ginocchio. Ho davvero poco affetto per questa città che si avvicina e porta in trionfo la sezione aurea, che mostra disappunto senza indicare il percorso a ostacoli. Che passa da giorno a notte senza offrire niente in cambio. Tre scatti, veloci, che riassumono molti anni dentro una stanza a scrivere. Qualche mese dopo, tornato a casa, gettai nell’immondizia 3 kg di carta scritta, voltando le spalle ai luoghi comuni sull’infanzia. ho avuto l’impressione che si può forare il celebre astuccio con cui gli edifici cambiano forma e colore. Facevo finta di calpestare la strada a piedi nudi. Ho inventato una verso che prende la mira sullo sfondo sulla più grande fontana di Roma.

Alla fine resteranno soltanto le scorie, la storia si porterà dietro con se anche un’ultimo fiato di ansia, approvvigionamento per occasioni importanti. Il nodo alla gola e le occhiaie tipiche dei boia. Un bambino che gioca, che scava una buca con un bastone, un giovane radicalizzato a schiaffi dalla realtà e un pazzo scriteriato che puzza di carogna e poi la Scalea del Tamburino, Trastevere, Via Tavolacci la Chiesa di San Francesco a Ripa. Ci si avvicina con pavida educazione. “Merletti marmorei e le forme che non tornano…”.
Alla fine resteranno soltanto le scorie, della nostra visita alla Ludovica Albertoni soltanto i sospiri di universi pronti a venire meno, come in un rimando o un gioco di specchi, beata lei che solo la lava di un’apocalisse potrà cancellare. Credere è la curva causale per eccellenza. (2017)
i a ingoiare le figure del
palazzo di fronte.




