L’UOMO CHE VOLA

La scelta era quella di scomporre quella vicenda e inserirla in un contesto di storie e racconti breve dal sapore acido. Il lavoro affronta la storia del jazz come fenomeno culturale, sociale ed estetico del Novecento, partendo dalle sue origini afroamericane, il blues, il ragtime, New Orleans, fino ad arrivare alle forme più avanzate e frammentate della contemporaneità. Tuttavia, l’impianto non segue un percorso cronologico lineare né un’impostazione storiografica canonica: la ricostruzione storica è affidata a 70 racconti brevi, organizzati in capitoli, che funzionano come micro-narrazioni autonome e, al tempo stesso, come tasselli di un discorso più ampio e stratificato.

La musica in questo ha il compito di seguire il filo complesso della narrazione, i personaggi sostituiscono spesso i fatti, li reinterpretano, ingarbugliano il raccolto. All’interno di questi testi, la storia del jazz non viene esposta come successione di date, stili o figure canonizzate, ma emerge per accumulo laterale, attraverso episodi minimi, deviazioni, digressioni e racconti di personaggi di fantasia. Le vicende umane narrate, spesso confuse, marginali, incomplete o volutamente insignificanti, si intrecciano con eventi, luoghi e atmosfere del jazz, creando un continuo cortocircuito tra finzione e documento. In questo modo, il jazz viene restituito come materia viva, instabile, attraversata da traiettorie individuali spesso trascurabili ma essenziali per comprendere il suo impatto culturale. Il lavoro adotta una scrittura volutamente irregolare, discontinua e caotica, il più delle volte
sgrammaticata e irregolare, lontana da qualcosa di accurato. Rifiuta la compostezza, carico di salti logici, improvvise accelerazioni, registri contrastanti e un uso deliberato dell’approssimazione. Questa scelta non è il risultato di un limite formale, ma una strategia consapevole, che rispecchia tanto la natura improvvisativa del jazz quanto una precisa posizione letteraria.

Foto: Gabriele Milio

L’affinità con il clima della “Gioventù cannibale” e con la narrativa italiana di fine anni Novanta è evidente sia nella tensione verso una scrittura fisica e nervosa, sia nell’uso di immagini crude, ironiche o disturbanti, sia nella commistione di alto e basso, colto e popolare. Il testo assume spesso un tono eccessivo, sbilenco, sarcastico o grottesco, facendo convivere riferimenti colti e dettagli triviali, riflessioni musicali e frammenti di vita quotidiana, in una continua oscillazione tra serietà e parodia.In questo senso può essere letto come un lavoro scientifico non ortodosso sulla storia del jazz, che rifiutala neutralità del discorso accademico per adottare una forma narrativa contaminata, capace di restituire la complessità, l’ambiguità e la dimensione umana di una musica che ha fatto dell’improvvisazione, dell’errore e della frattura uno dei suoi principi fondativi. L’opera si colloca quindi in uno spazio limite tra saggio, racconto e performance testuale, proponendo una modalità di indagine che fa della scrittura stessa uno strumento critico e poetico.

Stampato nel mese di Ottobre 2004 in una copia singola, il lavoro si completa con una raccolta audio di 21 tracks in audiocassetta analogica, che seguono la stessa curva narrativa del testo, un cut up sonoro carico di atmosfere diverse, registrazioni ambientali, interviste graffiate, suoni amatoriali.

Chi dormiva nel labirinto di granito, chi andò dagli alberi, per avere cura e consolazione.
Chi dormiva nel labirinto di granito, chi andò dagli alberi, per avere cura e consolazione.