OST BERLIN Ø1

Delineando volutamente e con forza il confine, utilizzando la luce e le macchie del tempo nel mese del caldo, giocando a carte con autonomia di gesto e isolamento, con scarpe che possono andare bene sia per lo sterrato che per il selciato argilloso dei laghi, nelle strade lastricate e mai lambite da acqua piovana, dormendo su letti di sterpaia e pitosforo, conifere come cuscini, sguardi reclinati ai piani alti dei palazzi post conflitto. Che fine hanno fatto quelle file di persone che per dare una parvenza al loro senso di blocco, richiamavano gli impollinatori con la scusa di un aiuto? Dal centro della città, incrinata come una clavicola di attempata genitrice, e con le linee ancora fresche del muro, partiva verso le periferie un odore di erbe di pino, rivelatore di una realtà antica, come lo era il suo profumo, immortale. Qui il diritto alla prospettiva, è invalidata, difficile, per via di barriera. Dobbiamo alzare lo sguardo al cielo, inarcare il collo verso le nuvole, immaginare come igli investigatori privati cosa succede oltre.

Ailleurs, bien loin d’ici ! trop tard ! jamais peut-être !
Car j’ignore où tu fuis, tu ne sais où je vais,
Ô toi que j’eusse aimée, ô toi qui le savais !

La città, invece, non alzava il collo. Lo teneva rigido. Geradeaus. Ad Est le prospettive erano linee tracciate con la matita dura, premendo fino a incidere il foglio, e strade erano corridoi: Karl-Marx-Allee con i suoi edifici simmetrici, finestre come occhi disciplinati; Schönhauser Allee che ansima piano, un respiro trattenuto. Non c’era bisogno di nominare niente, ne di parlare una lingua inesplorata (per me) bastava l’aria. L’aria aveva una grammatica severa, sapeva di carbone umido e di cavoli lessi (hai presente quell’aroma di cavoli che si trova in alcune scale?), di panni stesi dietro hinterhöfe. Contrili come pozzi a reggere in fondo bidoni di umido e biciclette. Una ragazzino turco con la maglietta dei Metallica e una radio che gracchia suoni strani, a volume basso. La libertà, qui, era una questione di fuoco ottico. Si fotografa solo per dimostrare che la luce esiste ancora. Dentro una scatola abbandonata fuori una casa vicino la fermata di Schönleinstraße trovai una Praktica LTL 3, 35mm, prodotta a Dresda. 125 ISO nominali, Diaframma f/8, quasi sempre. Tempo 1/125.

Regole semplificate, non fidarsi dell’esposimetro mezzo ammaccato quando il cielo è lattiginoso sopra le teste. Fernsehturm, sovraesponi di mezzo stop. 11 minuti a 20°C, agitazione lenta, quattro inversioni ogni minuto. La grana diventava una nebbia controllata, come se la città fosse un negativo ancora da fissare, e lo è, in parte, per eccesso di cautela. Nella parte orientale le vie sembravano sempre sul punto di dichiarare qualcosa e poi ritirarsi. Prenzlauer Berg scrostata, l’intonaco è quasi sempre a terra stratificare passi e merde di cane. Le insegne timide, e quelle con il nastro adesivo bellissime. Alexanderplatz solo vento. Der Wind kam aus Osten, dicevano, come fosse una direzione morale. Camminavo con le stesse scarpe di sempre e parlare era un atto fisico, costoso. Regola importante: non muoverti troppo nel pensiero. La fotografia è l’unico gesto non sospetto perché sembra inutile. Invece le fotografie, nel momento successivo diventano inventario. Così come sempre lo sono le parole scritte, ora lette, come crepe nei marciapiedi, con quei cubi piccolissimi che verrebbe voglia di scagliare nel fiume, parcheggiarle in diagonale come barche con le antenne piegate verso ovest.

Schedare le parti vuote attraverso il suono, ecco cosa volevo fare, una prova di profondità come con la macchina fotografica, una profondità di campo come fosse una risorsa politica. Un fondale si scioglieva come una realtà aumentata che diventava ipotesi. In alcune foto tutto è nitido, spietato, anche i fili spinati in certe foto dell’epoca della costruzione del muro, era una versione del mondo. Mille cose sopra mille cose. C’era una panetteria all’angolo di una strada, odore di segale e vapore. Una donna contava le monete con lentezza matematica. Un uomo in cappotto grigio leggeva un giornale piegato in quattro, sempre la stessa pagina. Nessuno guardava avanti e le posture sembravano di cemento. Spalle dritte, occhi bassi, Keine Fragen.

Eppure, alcune sere, la luce cadeva obliqua e per un istante univa le finestre come una cucitura d’oro. Forse era quello che facevano da tanto, tantissimo tempo, allenare il collo, di nascosto. La fotografia è una scusa, ottima direi. Ich weiß nicht, wohin du gehst. Non so dove fugge la strada che porta al market dei turchi in cima alla collina immobile, sospesa in un tempo non ancora crollato. Noi dentro, come un negativo in attesa di un bagliore.

Und dann, Jahre später oder vielleicht im selben Atemzug der Geschichte, wechselte die Seite nur in unseren Köpfen. Kreuzberg war kein Versprechen, sondern ein Geräusch. Ich begann, Ton zu sammeln. Nicht aus Nostalgie. Aus Beweisgründen. Die Dateien waren benannt wie Beweismittel. Aufgenommen mit einem Mobiltelefon, nichts Besonderes: internes MEMS-Mikrofon, 44.1 kHz. Manchmal 48 kHz, wenn ich vergaß, die Einstellungen zurückzusetzen. Automatische Pegelregelung aktiv – ein Fehler, aber auch eine Ästhetik. Die Kompression (AAC 256 kbps) glättete die Spitzen, machte aus Schreien Wellen, aus Sirenen Atem. In Kreuzberg, zwischen Kottbusser Tor und Görlitzer Bahnhof, hatte der Klang Tiefe wie ein schlecht eingestelltes Objektiv. Datei KB_01: U-Bahn-Linie U1. Türen schließen nicht sofort. Ein akustisches Zögern. Metall auf Metall, 72 dB im Durchschnitt, Spitzen bei 89 dB wenn der Zug in die Kurve geht. Eine Frau sagt leise: „Zurückbleiben bitte.“ Jemand lacht zu laut. Das Lachen clippt, -0.3 dBFS, ein roter Strich in der Wellenform. Datei KB_02: Regen auf Asphalt, Oranienstraße. Frequenzspektrum dicht im Bereich zwischen 2 und 6 kHz. Autos fahren vorbei wie unscharfe Gedanken. Ein Motorrad zerreißt das Kontinuum bei 110 Hz, tief und kurz. Im Hintergrund eine Bar, Gläser, ein Wort auf Türkisch, halb verschluckt. Datei KB_03: Nacht, 02:17 Uhr. Schritte auf Kopfsteinpflaster. Meine eigenen. Der Atem näher am Mikrofon als gewollt. Man hört die Hand, die das Telefon hält. Reibung. Haut gegen Plastik. Der Wind bewegt eine lose Metallplatte: ein rhythmisches Klacken, fast wie Morsezeichen. Vielleicht sagt die Stadt etwas. Vielleicht nur: hier. Kreuzberg roch nicht mehr nach Kohle, sondern nach Döner, Bier, nassem Beton. Aber der Unterton war derselbe wie früher im Osten: eine gespannte Stille unter der Oberfläche. Unterschiedliche Systeme, identische Pausen. Ich speicherte alles ohne zu schneiden. Keine Nachbearbeitung, kein Noise Reduction. Das Grundrauschen blieb: -54 dBFS im Zimmer, -48 draußen. Es war wichtig, dass das Rauschen blieb. Es war die moderne Version des Filmkorns. Beweis, dass Luft existiert. Manchmal hörte ich die Dateien mit Kopfhörern, geschlossene Bauweise, 32 Ohm, Frequenzgang 15–22.000 Hz. Ich erhöhte die Lautstärke über das Vernünftige hinaus, um die Zwischenräume zu finden: das leise Schaben eines Schuhs, ein entferntes „Wallah“, das Klicken einer Ampel. Die Stadt war jetzt vereint, sagten sie. Aber in den Aufnahmen hörte ich weiterhin Grenzen. Nicht Mauern.
Abstände.

Confine tracciato a matita dura, luce sovraesposta. Berlino respira a grana fine, cielo perlaceo. A Kreuzberg l’aria è compressa in AAC, 44.1 kHz di passi e pioggia, le voci che senti non si toccano.
Niente pareti, solo intervalli. Tra f/8 e 0 dBFS scegliamo ancora quanto mondo lasciare entrare.

Chi dormiva nel labirinto di granito, chi andò dagli alberi, per avere cura e consolazione.
Chi dormiva nel labirinto di granito, chi andò dagli alberi, per avere cura e consolazione.