GDR/SUPERNATURE

Siamo partiti da uno scarto di rovine, ritagliate. Come meta-figli tecnologici dei reporter delle due guerre mondiali, ma evitando le semplificazioni di stelle troppo terrestri e coni fluo luminescenti che non proiettano ombre. Un pietrone come spettatore solitario. Quando approdo al termine “registrazione”, non riesco a emanciparmi dal bianco e nero, deve esserci al fondo un problema mediatico che interferisce con i miei ricordi più recenti.

Cosa mi impedisce di ascoltare empaticamente la pelle plastificata che sorride in alta risoluzione? Perché non riesco a toccare con gli occhi di oggi ciò che contemporaneamente esplode oltre i miei confini politici, non troppo lontano da qui? Già aver messo play a quel registratore a nastro alla fine degli anni fra il 1995/1997 era una dichiarazione di guerra, avevo solo un armonica a bocca e mi bastava. Mi serve uno spazio per il pensiero della sensatezza che per un attimo metta in pausa quella sensibilità posticcia in cui tutti i personaggi hanno un nome proprio semplice e accattivante, delle relazioni emotive complesse per galvanizzare una vita semplicissima.

Mi serve uno sguardo non troppo pignolo e chiassoso per riconoscere i suoni che provengono da altre latitudini e costringerli ad un equivoco di base.

(Per colmare ogni vuoto comunicativo si consiglia l’ascolto di un’intervista televisiva a Italo Calvino del 1979, dove il gioco linguistico non è superficialità ma libertà etica del flusso senza tempo della parola che guizza negli interstizi del paesaggio).

Chi dormiva nel labirinto di granito, chi andò dagli alberi, per avere cura e consolazione.
Chi dormiva nel labirinto di granito, chi andò dagli alberi, per avere cura e consolazione.