RACCOLTA CRATI

Al centro dell’installazione, una grande luce rotonda azzurra si impone come presenza simbolica: un segno sospeso tra rito e visione, che richiama tanto l’acqua quanto una dimensione altra, invisibile ma percepibile. Attorno, un tavolo raccoglie oggetti disposti come in un altare laico, evocando pratiche arcaiche di raccolta, protezione e trasformazione. La luce ha lo scopo di essere osservata dall’altra parte del fiume unendo idealmente i due lati.

Il lavoro si intreccia idealmente con le tradizioni di magia rurale del territorio, dove l’uso di elementi naturali e quotidiani, assume una funzione rituale e terapeutica. Come nei gesti contro il malocchio o nelle pratiche di guarigione popolare. Il luogo dell’intervento è segnato dalla recente espulsione forzata di una comunità rom che abitava il lungo fiume. La loro presenza, legata a una cultura nomade e a un uso non istituzionale dello spazio, è stata rimossa insieme alla possibilità di una fruizione libera e plurale di quell’area. Tradizione invisibile e conflitto sociale, provando a restituire al fiume e alle sue forze una dimensione rituale che non è solo simbolica, ma profondamente politica.

Alla stazione di Paola non ero mai sceso in vita mia, perché sarei dovuto scendere poi. In quella stazione c’erano dei lavori in corso, stavano cominciando a tinteggiare con i colori di Trenitalia, delle prove colore che forse hanno influenzato tutta la residenza. Fuori un cartellone distrutto del Circo Orfei, un livello di immondizia che faceva da contorno ad un paesaggio simile a quello che avevo da poco lasciato.

Poche ore prima sul traghetto avevo incontrato un tizio che mi raccontava di quanto non riuscisse ad abituarsi alla presenza costante di cemento e pattume, un rusco che si trascinava fino al posto dove abitava, chissà quale. In quella stazione però c’era un odore netto, non brutto, una mistura di terra scaldata troppo a lungo e di umidità trattenuta nelle pietre. Era il fiume che già presentava il suo preambolo. Nelle ore in cui il giorno si ritraeva, lasciando spazio a un blu più intenso, il paesaggio mutava consistenza, del resto come spesso capita a settembre pioveva e poi si passava ad altro. Arrivato c’erano dei cubi di cemento legno e vetro, isolati lungo il margine della strada, del lungofiume, sembravano oggetti estranei al territorio. Prima parte del sogno in cui un pastore suggerisce qualcosa di strano rivelato poi come una soglia. La luce blu, perfettamente circolare, sospesa al centro della parte superiore. Il pastore, una specie di pecoraio, osservava con quella cautela antica che si riserva alle cose che non appartengono del tutto al mondo degli uomini.

Veniva dalla montagna seguendo il corso del fiume a ritroso, veniva da una direzione che non coincideva con la geografia ma con la memoria. Aveva attraversato territori segnati da campi abbandonati e da filari spezzati, dove il lavoro contadino sopravviveva come gesto. Nei paesi, le case conservavano ancora tracce di protezioni: ferri di cavallo arrugginiti, immagini sacre annerite dal fumo. Non erano superstizioni, ma dispositivi di resistenza contro una realtà percepita come instabile, attraversata da forze non governate da altri interessi.

Il giorno dopo andammo a vedere il famoso campo rom vicino alla stazione e poi tra le baracche di via Lucrezia della Valle, il mio cicerone aveva imparato a leggere le strade secondarie che raccontavano più delle arterie principali. (Il margine più vero del centro). Abbiamo visto la caparbietà del tempo nel dividere ancora una volta spazi del reale. Tutto non lineare, fatto di ritorni e di ripetizioni. Il fuoco acceso la sera ancora lanciava i suoi segnali di confort, i gesti misurati, il silenzio carico di attenzione: tutto parlava di una conoscenza del mondo che non si fondava sul controllo ma sull’ascolto (forse). Tornai al Crati col desiderio di registrare qualche traccia. Ecco segnata una soglia ulteriore. Il Crati non era un fiume spettacolare, ma portava con sé una densità opaca, come se le sue acque trattenessero storiografie non dette. Camminando lungo le sue sponde, il pastore ora seguito dalle sue bestie aveva percepito la continuità tra la materia e la memoria, tra il fluire dell’acqua e quello delle vite che lo avevano attraversato. Si ritornava alla sedimentazione. Mi guardarono quasi straniti quando cominciai a pulire parte del fiume e a raccogliere qualche brandello di quello che qualche sera prima era stato un sonno lucidissimo. Era lì che aveva compreso, o forse soltanto intuito dove mi trovavo e da dove venivano i fondi stanziati per quella baraccopoli contemporanea. Il potere dispotico e arguto che agisce sul tempo e sul senso, che impone una linearità dove esiste una messinscena dell’esibizione della cultura. Uno spettacolo infimo. Tutte le notti a dormire dentro un cubo di cemento in questo paesaggio come un elemento ambiguo. Cominciai a raccogliere oggetti, a modificare la loro praticità, mi ritornò in mente una frase di A: “Mi piace pensarmi come un collezionista di scarti, tentando di circoscriverne il fenomeno. Sono figli nostri, intendo quegli oggetti-soggetti che si legano al paesaggio e che io fotografo, estraggo dipingo e quindi non dimentico, sia per fare un dispetto alla globalizzazione sia per quel sentimento di riconoscenza, di aspettativa enigmatica, di quell’imperscrutabilità che si rivela a volte come una metafora dell’incertezza del vivere”. Spesso mi veniva a trovare in quelle sere, soprattutto in quelle più umide. Cominciai a raccogliere, e la mia collezione è la restituzione di quello che avevo sentito.

La memoria del pecoraio non era lineare. Non seguiva una cronologia ordinata, ma si organizzava per affinità, era un’eco. Il blu della luce richiamava altre luci viste lungo il fiume: lampade improvvisate nei campi, riflessi sull’acqua del Crati, bagliori lontani nelle periferie. Ogni luce era un punto di ancoraggio, un modo per orientarsi in un mondo che tendeva a disorientare. Il tavolo era apparecchiato, pulito, lineare, preciso. A volte avevo la sensazione che bastava spostare una carta per far crollare tutta l’architettura. Vevo lasciato per tutto il tempo della residenza delle scarpe all’ingresso, unico elemento che attestava la mia presenza, il mio studio. Poco ma essenziale. Forse la luce blu era un segno di questo passaggio. Il pecoraio restò ancora qualche istante, lasciando che lo sguardo si abituasse a quella luminosità innaturale. Poi riprese il cammino, portando con sé l’immagine di una mappa abbandonata fra altre mappe, un punto personale che andava disegnando. La notte lo accolse senza ostilità.

Chi dormiva nel labirinto di granito, chi andò dagli alberi, per avere cura e consolazione.
Chi dormiva nel labirinto di granito, chi andò dagli alberi, per avere cura e consolazione.