NERA
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Dell’infanzia rimane un brandello di foto nelle scatole, sembrava una guerra. Nero è stato il gradino e nera la gestazione, come in un rifugio di debito per l’amore consegnato ai libri e a te. Nonostante la paura che venisse distrutto, benché le ore logoranti e i minuti fogli nel frastuono.



Foraggio camuso e odore tiepido di notte, nera è la trave sopra le nostre teste porose così come il tufo, il piperno, la siltite che trattengono il respiro del giorno, restano ferme solo per un momento, non una vera quiete, ritmo ostinato del loro stare insieme incrinato. Guardo le capre, una alza il muso, l’altra si accosta appena, e le corna curve, nodose, lucide dove la luce le tocca tracciano nell’aria linee vecchie, quasi geroglifici che il tizio della nettezza urbana guarda come faccio io.



È nera la bellezza, necessaria, che appartiene alla natura contadina della Sicilia rurale, a quei paesaggi di terra arsa, fichi d’India e muretti a secco dove ogni forma è insieme difesa e arredamento, la luce cade come un riflettore improvviso, isola i corpi, li sottrae al coro che preme appena lontano, un brusio continuo fatto di richiami e macchine con la frizione da cambiare, e urti, gente che litiga, calendari sbiaditi di vecchie macellerie di paese, di vita che non si interrompe mai davvero, ma cosa abbiamo fatto per meritarci tanta luce? Perché ci nascondiamo dentro questa semioscurità che è casa e difesa. Un asina che raglia è al tempo stesso silenzio e frastuono.

Si consuma un’attesa senza nome, già destinata a svanire, perché tra poco tornerà a mescolarsi ad altri ciuchi e a spingere, a pregare, a vivere senza armistizio, troppo immersa nel fare per accorgersi di quanto perfetto, e già perduto, sia stato questo breve intermezzo di campagna, quanto breve una giornata di ventate indigeste.

Nei mesi autunnali i muri umidi diventano vivi, colonizzati da licheni che si espandono in chiazze verdastre, grigie e aranciate, organismi derivati dalla simbiosi tra un fungo, che fornisce struttura, assorbe acqua e sali minerali e protegge dalla disidratazione, e un fotobionte, alga verde o cianobatterio, che attraverso la fotosintesi produce i nutrienti necessari all’intero sistema; privi di cuticola e radici, assorbono direttamente dall’atmosfera e reagiscono con sensibilità alla qualità dell’aria, crescendo lentamente sulle pietre senza penetrarle, formando talli crostosi, fogliosi o fruticosi in funzione delle condizioni ambientali, mentre il tempo sembra distendersi insieme a questa crescita minima e continua, e diventa naturale restare fermi, accanto alle superfici tiepide e umide, respirando piano.



Arenaria quarzosa che modifica il profilo delle alture e dei marittimi fra le mulattiere, nell’odore della limonara, nel giallo e nell’oltremare; arenaria dal grigio al marrone, all’ocra, al selvatico, alla quadratura di marzo, alle polveri che portano tesse e gote viola. Sedimentaria clastica non è più che luce ricordata, e le storie di cirro e cumulo finiscono alla fine, e tutti i volatili neri in volo, anche loro, vicino alla discesa, quando si sperimenta il salto profondo. Nero ogni uomo e cosa lo attende, nero il canto della miniera di Torre del Lauro e del porto di Pollina, quando la nave su cui si trova scivola nel buio, là alla fine. Nero il tempo della roccia su cui ho guardato il granchio tornare dal lavoro.

Una parete di roccia che sembra aver dimenticato qualsiasi intenzione di essere semplicemente paesaggio, crepa interrotta a metà e strato una memoria compressa che non ha mai chiesto di essere letta. Il nero che si mescola a un ruggine quasi benigno, come sangue vecchio o tempo ossidato. E sopra, in modo quasi imbarazzante il nero che è fragile, fili d’erba che insistono senza retorica, senza nemmeno sapere di essere simbolo, mentre la pietra sotto porta addosso il peso di milioni di anni senza nessuna forma di consolazione. Nera la vita che passa dagli strati più profondi e viene qui a specchiarsi.

Viene da pensare che tutto questo esistere minerale sia una specie di pensiero lentissimo, una riflessione che non ha bisogno di noi ma che ci contiene comunque, e allora guardare diventa una cosa leggermente sbagliata, questa strada di Torino l’ho fatta centinaia di volte, vicino al cimitero di Sassi, belle le pieghe, queste crepe nel manto sterrato che sembrano smorfie trattenute.

Ad ogni passaggio segnavi la linea del cinque, il tuo foro oltremare spiraglio di tempo, oltre ogni luogo casa e fiducia, oltre ogni stagione, clima, andatura e solerzia. Punto fisso nel buio e nel nero, anche se bianco grigio e fosco, calato da secoli di vento marinaio dove altri prima erano passati senza bisogno di carburante o scusa alcuna, prima che togliessero il passaggio a livello in fondo alla strada e prima che il fianco delle tenebre mostrasse la sua dentiera acuminata, prima del porto e dei chilometri assimilati eri foro nell’infinito. Sollevamento dei talloni quando ero magro, piccolo, per vedere passare la luce oltre i marittimi di gennaio e il refolo di marzo, casa infinita casa. Per sempre. Il profumo più bello del mondo.


Questa natura non cambia da secoli, procede lenta da remote colline per insinuarsi nel nero, e i muli antichi che battono gli zoccoli sulla polvere, nera, inclinano il passo con la pazienza ostinata di chi conosce ogni parola data durante il sentiero. Hanno orecchie tese verso un richiamo che nessuno ricorda, sono creature forti e come tutte le creature forti custodiscono la memoria del sale, così mi è stato detto. Memoria della fame e delle mulattiere logorate alla luna per troppi ritorni. Una volta ho visto un asino fermarsi davanti al precipizio come se volesse buttarsi via, come l’uomo che si è staccato dal proprio corpo lungo la strada che da Capo d’Orlando conduce verso Floresta passando da Naso. Vedo una serie di finestre e fra queste quella di mia zia. i pensieri rimangono legati con il ferro più resistente, una corda abbandonata segna il limite mentre il vento affoga le cose nel vapore del sole. Bestie umili e abili avanzano senza chiedere salvezza. Il loro fiato è paziente, la loro dolcezza ruvida mentre gli steccati continuano a resistere alla polvere del tempo.

Breve linea ricurva, punto di riferimento ai due chilometri da casa, linea che scinde la terra incendiata e il casolare dimenticato, prima del rifornimento c’è una discesa vertiginosa dove d’estate il respiro dei grilli diventa un raggio di luce inaspettato, il canto nella tormenta di caldo.

La casa di Corso Vercelli dopo il tramonto è una corrente lenta che trascina la giornata nel fondo del fiume senza fare rumore, anche tornando dal supermercato per quei pochi chilometri di bici andata e ritorno, con i sacchetti che sbattono contro le gambe e contro i raggi, le voci arabe sotto Aurora. Il bengalese che mi ha rovinato la bici in Corso Emilia chiude la saracinesca e deve spostare il tizio abbandonato su un monopattino scassato appoggiato al palo. Si sente il fiato tiepido della Dora anche dalla mia finestra, che risale dal lungo fiume fino al mio naso, nero. Prima del ponte il cielo si apre in una luce metallica che sembra un bacino idrografico del nord caduto sopra Torino. Odore di ferraglia bagnata e frutta matura a marcire davanti al portone, il rigattiere sotto è morto, è rimasta la sua sedia dove adesso si aiuta quello che io chiamo padreterno, mentre si rolla una sigaretta smontando il giorno e farfugliando anatemi contro la cinese. Sul ponte di ferro si scaglia il perimetro di confine di ogni psicologia, una sorta di checkpoint tra il Lungo Dora Napoli e la città che gli spacciatori gestiscono da remoto, fermi, come statue nere dentro il fumo, parlando piano piano, passandosi scintille tra le dita, guardando l’acqua scorrere opaca, fluido che conosce i nomi dei capostipiti, le loro valige di grasso e carta gialla del pane marocchino. A Porta Palazzo ci sono gli operai arrivati nel tempo che tornano stanchi lungo le vie del fortino. Ci sono gli autobus pieni di rumeni e filippini che diventano coordinate ignote quando svoltano per altri isolati che non lasciano nulla intatto e trasformano il prurito in un gioco, eccidio di tutto quello che alita sotto le alpi.
Cammino col pastrano e lo zaino, attraverso corso Giulio, corso Emilia, guardo le facciate sporche e all’improvviso una luce assurda incendia i vetri, una luce che preannuncia una pioggia fitta e violenta da fine di tutto, pioggia che cade sui binari morti della ferrovia per Ceres, quella che correva vicino alla Dora e sfiorava i gasometri, i capannoni, le officine, portandosi dietro carbone, ferri e grovigli. C’era anche una stazione che adesso con il buio e la nebbia sembra spuntare fuori da qualche angolo e che sembra ancora sentirla parlare, animale lungo e stanco che non vuole finire. In te ora, Aurora nera, piena di lingue e crepe, gli uragani dei motori si allungano nelle pozzanghere, i tram vibrano come nervi scoperti, e i tuoi occhi neri cadono addosso alle strade chiuse e indolenti. All’odore dei kebab e del fumo che esce dalle finestre dove qualcuno fuma nascondendosi dai prossimi, si aggiunge il silenzio dei mestieri, mentre la Dora continua a trascinare via il giorno sotto il ponte Carpanini, lenta, sporca, bellissima, come il tempo quando decide di non avere più pietà.


Da Portella Femmina Morta la strada scende tra i faggi e i cerri e ogni curva custodisce un’antica esitazione della caterva, e il sentiero di pietra e terra porta verso il lago Maulazzo con la pazienza delle cose che lasci dimenticate in macchina, mentre il vento passa sopra le eriche, i noccioli, le ginestre e il sottobosco umido che odora di muschio e di acqua nascosta, e da lontano sembra quasi di sentire anche il mare, il respiro salato che Vincenzo Consolo inseguiva nelle sue parole quando raccontava la Sicilia come una ferita luminosa sospesa fra memoria e silenzio. La cosa bella è che il lago appare piano, senza imposizioni, presenza gentile dentro la conca verde del parco dei Nebrodi.
Ci sono i cavalli, le nuvole scorrono basse, è un breve intervallo di un confronto senza nome tra la pietra e l’acqua, tra il passo stanco e la luce che filtra nei rami.


Scorrono rapidi, corpuscoli di ascia e respiro, lungo arterie sbraccate d’asfalto, altri invece cedono al peso delle ore e ristagnano nelle cavità sotto i piloni, dove il traffico mastica lentamente la luce. La corona delle Delizie stringe le ossa della pianura, e le ville sparse attorno a Torino sono vertebre consumate da un animale quieto, articolazioni immerse nella nebbia, che sai già ti mancheranno. Membrane di pietra e linfa industriale. Dai margini di Nichelino fino alle fabbriche spente oltre Settimo, il percorso curva come un tendine teso, una fibra nervosa che attraversa campi, tangenziali, cortili vuoti.

Venaria rimane incisa al centro come una camera interna, una cavità protetta dove il tempo sedimenta polvere e riverbero; da Rivoli discende un impulso sottile, elettrico, un midollo che trasporta giorni identici, biciclette mute, traiettorie. Nessun posto si trova nelle carte geografiche lo devi andare a cercare e stare attento, mentre ti avvicini, che non si allontani per non farsi acciuffare. Qui i fiumi sembrano un popolo senza macchia.


Tutto vibra dentro una creatura più vasta: cancelli, cavalcavia, rotaie, alberi rachitici, il fiato corto dei pendolari, il ronzio delle catene. Qui l’attesa prende forma nelle impalcature, nelle facciate fredde, nei vetri opachi che custodiscono il pomeriggio. Calce, silicio, ferro, fosforo: materia fragile che trattiene il passaggio delle stagioni come una gabbia toracica troppo sottile per contenere davvero il cuore che continua a battere sotto la città. Più oltre, dove la città allenta la presa e il cemento si incrina in sterpaglie, la mandria si disperde lenta nei prati umidi del mattino, masse scure che respirano all’unisono sotto il vapore basso delle rogge. I corpi si sfiorano come continenti docili, occhi larghi rivolti al greto pallido dei torrenti, mentre il Po trascina il proprio sangue torbido tra pioppi, argini, relitti di rami e plastica. La Stura entra di taglio, nervosa, il Sangone si infila muto tra i cespugli e le cave, vene periferiche che alimentano la bestia distesa attorno alle regge e alle tangenziali.




L’acqua conosce ogni fenditura del territorio, scava cartilagini nel fango, deposita silenzio nelle anse dove le biciclette rallentano e il respiro cambia ritmo. Le mandrie avanzano senza fretta, carne paziente dentro la foschia, custodendo un’antica gravità minerale; sembrano ricordare qualcosa che le fabbriche hanno dimenticato, una lingua fatta di zoccoli, correnti e muschio. E il percorso continua a piegarsi attorno ai fiumi come un filo nervoso, seguendo le cuciture liquide della pianura, dove salici, insetti e canneti ricompongono per un istante l’illusione di un organismo ancora selvatico. Non è esattamente stare in chiesa, ma al secondo passaggio guardo come pregano i rami.


Il rito alla fine era semplice, delle cose sistemate sempre in ordine da guardare per costruire una casa con una finestra utile al collocamento sigarette segrete, una bandiera da portarsi dietro, una busta di patatine chiusa con un elastico e un cassetto con carte d’identità scadute di persone mai esistite. Sedie su cui flettere i muscoli e scatole da spostare piano piano. Torino è una scorza di limone ricca di succo. Quando fa caldo e quando freddo, ricomincia il giro.

Stupinigi è rimasta dietro una piega della pianura dove il tempo ha smesso di avanzare ma senza fermarsi. Il cervo in alto trattiene un gesto antico, mentre sotto passiamo attraverso strade di alberi e fango e nebbia. La reggia si consuma lentamente dentro il paesaggio, come una memoria che non distingue più il potere dalla polvere, l’animale dall’architettura, la caccia e il mirino dell’uomo. Tutto sembra ancora disposto a qualcosa che non accadrà. E forse è proprio questo il suo silenzio: non l’assenza, ma la permanenza di una forma che nessuno ricorda più perché esiste.

Claviere neve e frontiera, paese sospeso sul Monginevro, dove l’Italia si assottiglia e la Francia inizia quasi senza accorgersene. Ici, tout est blanc. Le case, le piste, i tetti gravati dal peso del bianco, le montagne sono mostri che custodiscono il brano. Gli autobus arrivano pieni, les touristes aussi, le mie scarpe affondano nella neve e il suono è una valigia. Mi piace fotografare sopra di me ma non rimane niente, non ricordo niente, plus vite, plus haut, la montagna trasformata il mio desiderio di dilapidare la vita.

Ma poco distante dalla frenesia, i ragazzi della seconda sono impegnati a scartare panini, seduti sulla neve, e per un momento il tempo sembra non appartenere a nessuno. Vorrei sottrarlo, come alito, vorrei conservare quella nostalgia del futuro, cose nella memoria che avranno tempo di riferirsi. Qualcuno si ricorderà di me. Come un confine, non saluto, non cado. Copro le tracce, confondo le strade, rendo uguali andata e ritorno, mentre i ragazzi con i telefoni chiamano casa per farsi venire a prendere vicino alla fermata della scuola. La sera, tornando, accende nuove finestre, rimane nell’aria qualcosa di freddo, e scesi dalle alture piove, piove forte. Forse è una pace,forse soltanto il rumore nero di una porta che si apre.
Nera è la storia quando la si incontra nelle pagine, quando la memoria ritorna dalle strade di Barriera nella Torino operaia dove Vera e Libera Arduino furono sequestrate alla casa e alle guance morbide della loro infanzia. Nera anche la notte, tizzone spento, nel canale della Pellerina, che le vide per l’ultima volta come nella schiera dei sogni accatastati bolgia notturna, ultima esistenza dove il buio sembra avere inghiottito due vite senza riuscire però a cancellarne il nome.

Studio la loro storia tra un libro trovato a scuola e il telegiornale che mi propone divani in offerta, e la persiana che sbatte chiedendomi di guardare sotto. Questo è il compito della memoria: restare, non lasciare che il corvino diventi oblio.


Sul tavolo, accanto alle pagine, c’è un piatto di riso e verdure: una cosa semplice. Mangio e studio la morte, a quale stato di decomposizione corpo e mente si dividono, e quando gli enzimi cellulari iniziano a digerire i tessuti dall’interno, mangio mentre resto fedele alla vita, ad ogni chicco di riso e verdure, ad ogni colore che si impone alla tirannia del lutto.

Vanchiglietta che si estende a nord verso la Barriera di Milano. Naviga acque selvagge, dove le sponde sono friabili e il fango diluisce la sua natura, dove passa la pietra, il sasso, l’arenaria, il graffito. Resistere al soffio, diventare la polvere del tetto, una rupe di foschia, una scolopendra che circospetta controlla l’alito di una scala. Ricordarsi che l’oleandro e la ginestra sono velenosi. Ricordarsi di bere.

Mentre sul tavolo espongo il pane per mangiarlo con gli occhi casualmente vedo attraverso lo schermo una fotografia tratta dal film di Mohsen Makhmalbaf, Pane e fiore, la strana prossimità tra le cose che nutrono e quelle che feriscono e che si ritrovano, una materia che si dimezza, contro ogni previsione e che continua, curiosamente, a fiorire. Nel film, un uomo torna sui passi della propria giovinezza per incontrare il poliziotto che aveva ferito durante una protesta; il pane e il fiore diventano il centro fragile di un gesto, la possibilità che il tempo, invece di chiudersi nella ripetizione della violenza, trovi un’altra forma di passaggio. Ma qui non c’è nessuno che ritorna, nessuna strada da percorrere a ritroso, soltanto un tavolo, il pane, la luce immobile delle cose quando smettono di appartenere a qualcuno. Stiamo abbracciati ancora alla finestra, e osserviamo dalla strada le luci e il tempo. Anche la fame possiede una memoria e ogni briciola è il resto. Non esiste un luogo migliore per parlare con i morti che il pane. Una superficie domestica e antica, confine tra il dentro e il fuori, dove la polvere si deposita senza fare rumore mentre aspettiamo di essere divisi.

Il filo del cambio si rompe mentre un uccello attraversa il cielo, quando il volo perde la voce e il vento cancella ogni possibilità di traduzione. Era una parte interessante di questo viaggio, quel suono diceva molto di me, ma ho dimenticato il suo raccolto. Il pane rimasto a casa sul tavolo è una piccola architettura del tempo, terra pasticcia, memoria di fuoco e di attese. Intanto, tra corso Vercelli che fa angolo con corso Emilia, un tizio trasporta metallo attraverso le vene della città, la sua bici gli assomiglia. Precario, rattoppato, protesi meccanica di muscoli in bilico, corpo di foga, pedala dentro il tempo e sotto questa pioggia meravigliosa che non ci appartiene. Consegna materia attraverso la fame, così fotografo la bici mentre lui prova a vedere cosa offre il pattume.

Per me, la pietra è un puro concetto dotato di un corpo non perfettamente suo che, passando attraverso venti sotterranei e linee di astrazione, riesce faticosamente a trovare un corpo. Una cosa terribilmente imperfetta. A volte ci sono errori di sublime bellezza. A volte non si conosce la cifra a cui tale struttura si ancora. Non c’è molto da fare: sarà così fino a quando non moriremo. Ho cercato di scriverlo sulla pietra infinite volte. Un giorno mi sono ritrovato qui, fra l’arenaria di Montalbano e un micete di Malabotta. Può darsi che io, con la mia passione per l’imperfezione, abbia incoraggiato, nella mia testa, questo sentimento di traduzione. Non ci sono evidenze di presenza umana in questi posti. Si pensa che tutto questo sia opera del vento, il vento, come se il vento non fosse amico dell’uomo.



















