DER EINSCHUSS
Video (2000 – 2007)
Der Einschuss è un lavoro visivo concepito come un film a montaggio diretto della durata di 45 ore su nastro analogico Sony Video H8. È un diario visivo che attraversa più di 7 anni e che all’interno contiene materiale di diversa origine. Il titolo è un omaggio all’artista austriaco Arnulf Rainer. Il Film è suddiviso in 40 cassette.


Archiviavo l’istante in cui le voci del palazzo avrebbero invaso il pianerottolo, si sentivano tutti i rumori del caso e la raccolta dei dati doveva avere un’anima di residuo. Avevo bisogno di qualcosa che non fosse un quaderno, qualcosa dove acuminare il carico del tempo, il salario giornaliero.
Un deposito di luce catturata senza premeditazione, quando quello che veniva inciso non sapeva dove sarebbe arrivato, per caso tra le folate di brezza, soffi, e l’audacia, così con qualche stipendio il mezzo era stato acquistato, anche quella era una storia di gora, dove si guardava, sia dal basso che dall’alto, il tempo scorrere come si guardano le fotografie di sconosciuti in abitazioni inesplorate. I muscoli sanno cosa salvano, le immagini si dispongono come schema e non raccontano, non annotano. Le inquadrature sono frammenti sottratti alla persistenza. Incidenti. Dei fori. Grammatica, linguaggio povero, non semplice. Tremante, non insicuro. Ci sono sovraesposizioni e fuochi sbagliati, disguidi che diventano sintassi. Ora un piccolo ricordo va affrontato, nei diari c’è tutta l’esigenza della compilazione che si può ritrovare a volte in alcune corsie di ospedale, la raccolta ancora non spiega, presuppone una specie di complicità con chi guarda, un patto silenzioso.
Le date non sono quasi mai dichiarate, eppure tutto è temporalmente saturo. Le immagini sanno quando sono state girate, stratificate a loro stesse. Sono dialoghi con chi era presente, la vicina, il tizio che urla pre strada, i parenti, le cose perdute, le estremità dei ricordi. Ora un piccolo ricordo va affrontato, assieme, nelle pagine che adesso non capisco.

Ci sono figure che passano, corpi che attraversano il campo visivo come ipotesi, congetture. Amici, stanze, altre strade, feste senza equilibrio. Nessuna posa. (ho avuto nel tempo l’impressione di scomparire dietro la camera, non per capacità discrezionali ma per sfinimento. C’è un ritaglio di un bicchiere con la gente attorno, nessuno o quasi stupito, tutti colti nell’intervallo, tra gesti e altro, come se il senso fosse delegato solo all’indecisione, come se la macchina non cercasse niente ma solo ciò che lo precede. C’è una spalla che entra nell’inquadratura, c’è una voce fuori campo, c’è una risata, una mostra d’arte che sembra un porno. Una rara identità che rimane incompiuta, come nei diari ogni appunto intimo, mai letto. Ci sono suoni, rumori fuori dal campo. Un territorio instabile. Vento, parole sovrapposte, silenzi improvvisi.

A volte il suono arriva prima, altre volte resta indietro, come un pensiero che non riesce a stare al passo con ciò che accade. In questo scarto si produce il senso. (documenta il reale, l’attrito). È il rumore che resta quando l’esperienza non si lascia codificare, sembra una pesca, non lo è. Tra il 2000 e il 2007 non c’è un’evoluzione lineare, ma una deriva. Le tecnologie cambiano, la qualità dell’immagine muta, ma il gesto rimane identico: filmare per non capire subito. Questa curva temporale è un tentativo di trattenere qualcosa che già si allontana. La raccolta diventa così una mappa di anni intermedi, un atlante di transizioni mai concluse. Ci sono persone che se ne sono andate. Il foro non indica un evento visibile, ma una condizione. Der Einschuss è il punto d’ingresso di qualcosa che non può più essere espulso: la condizione che viviamo con le immagini che è una ferita nel presente. Lavorare a tempo diretto su qualcosa che è stata concepita a montaggio diretto significa sostare davanti a quel foro, accettarlo. C’era un’urgenza astratta, ricordare prima di sapere cosa.
Una linea ritorna, irregolare, come un refrain spezzato:
«ciò che entra non chiede permesso, ciò che resta non sa andarsene».
«Noi non abbiamo più un passato, o meglio non c’è più niente del passato che sia nostro; niente più paese d’elezione, salvezza ingannatrice, rifugio nel tempo trascorso».




