TRACCE/FOGLIE/SEGNI/MAGLIE
Archive (2016)
Gli invisibili frammenti di cosmo nascondono la loro rabbia anche se ci trapassano e non ci facciamo caso, passata la sbronza quando abbiamo finito di rimettere i cocci apposto si resta attoniti e frastornati di fronte alle opzioni della libertà, non è vertigine, ma una sorta di silenzioso operare eretto da intensità emotiva e ansia. The horizon did not promise anything; it simply extended.
Il cinico che telefonava all’ottimista, il balbuziente che spiegava allo scansafatiche il rumore troppo greve di una metamorfosi.Come una superficie che non restituisce disegno. Alla fine la libertà era solo una soglia luminosa da attraversare con decisione, anche se sembrava una fatica enorme, anche se ai piedi del letto quei invisibili frammenti di cosmo di cui sopra erano forse avanzo di sonno. We were not lacking options; we were lacking orientation. Chi sogna può spostare le montagne.






Traces maybe or just a mark stumbling into itself steps not leaving but lingering inside a footprint pages like folds of memory brushing losing themselves palms as pauses pressed suspended almost impressions held and everything slipping out of pattern as if presence lived elsewhere between one trace and the next where time does not settle but trembles.
1. Un quadro al bar, Primavera.




Bar del Corso, Palermo.
Era il caffè più buono di tutta Palermo, mi ci ha portato Gianluca. La prima cosa vista furono i guanti neri, il corpo appariva come leggermente fuori asse. Hai presente quando il tizio del film guarda le bollicine dentro il bicchiere e li dentro ci trova i suoi problemi? Chi era? Altre conversazioni sospese e residui. Le mani di Baldo lanciavano tazzine calde nel lavello senza pietà, era un pessimista concreto e adorabile. Non erano segni intenzionali quelli del quadro ma un accumulo morbido di macchie azzurre che garantivano una cerca visibilità ai tavoli consumati della Coca-cola. Nutriva una corrispondenza impercettibile tra odore di torrefazione e bomboletta. Ogni persona che passava generava un piccolo spostamento. The painting did not merely hang; it resonated. Va beh meglio scegliere senza necessità. Siamo quasi arrivati al nono passo, quello degli alcolizzati che chiedono perdono. Mi accorgevo che con quella città non si poteva avere una fase intermedia, un passaggio tecnico, il rischio non è lasciare ma disperdersi. L’archivio non è un quadro, l’archivio non è un bar, non è un gesto semplice come togliere un quadro e appenderne un’altro. Tranquillo: La natura e l’artificio convivevano senza attriti, e l’archivio si espandeva anche lì, dove nessuno lo avrebbe cercato.
2. Un quadro abbandonato, Estate.




Antico borgo Castania, Castell’Umberto (Me).
Esisteva la possibilità da qualche parte nel panorama di guardare ancora quelle case come inedite. Potevamo uscire dalla testa per qualche istante, per qualche secondo, guardando alle cose per quello che sono e senza astrazioni inutili. Incamminarsi per sentieri inesplorati, preferibilmente d’Estate. È stata una lunga estate durata tutta la vita, e adesso tutto è spazzato via del vento ostile di settembre. Una natura simile ad una accetta insanguinata. Pesante, molesta, nauseante. Assomiglio all’islandese di Leopardi, Giacomo: a chi piace, o a chi giova, cotesta vita infelicissima dell’universo, conservata con danno e con morte di tutte le cose che lo compongono? Un appagante brandello di macchia oltre la siepe, oltre anche l’ostilità dei segni che fanno titubare al passaggio: le ortiche, le insidie di una coppa di gramigna secca. Uno sguardo troppo superficiale, caduto da chissà quale abisso radiale, si ritrova appiattito fra le mura superstiti di un borgo antico siciliano. Da qui possiamo interrogarci sulla differenza fra uno spazio per il tempo libero e uno spazio sacro, nella discordanza che non risiede tanto nella forma e nel disegno costrutto quanto nel tipo di esperienza che elabora. Se da un lato il tempo scorre, si riempie e viene utilizzato in movimento nella sua più ampia e molteplice possibilità, dall’altro il tempo è sosta, introducendo una discontinuità, separa, delimita, crea una soglia. Il primo è orizzontale l’altro verticale.

Ammiriamo le forme organiche che si trasformano in un flusso continuo di modificazioni senza perdere le proprietà che le definiscono. Di fronte a un quadro, come davanti a una scena, il soggetto tende a percepire il lato sinistro come spazialmente più vicino. Così, l’iguanodonte potrebbe riapparire nei boschi, l’ittiosauro nel mare, mentre lo pterodattilo potrebbe tornare a svolazzare tra gli ombrosi boschetti di felci. We saw a white rabbit dive into the woods.
Stephen Jay Gould describes time as a tension between two models: the arrow of time and the cycle of time. The arrow represents irreversible history, where each event is unique and builds meaning through change and consequence. The cycle, instead, suggests repetition, where events recur and differences dissolve into patterns. In nature, both coexist. But in human history, the dominance of the cycle becomes dangerous: it risks turning irreversible events—especially destructive ones—into repeating patterns. What should remain unique and meaningful instead returns, erasing responsibility and memory. La dicotomia formulata da Stephen Jay Gould tra “freccia del tempo” e “ciclo del tempo” non è solo una distinzione scientifica, ma un vero dispositivo interpretativo per leggere la realtà. La freccia del tempo implica irreversibilità: ogni evento è unico, inscritto in una sequenza causale che produce trasformazione. In geologia questo significa stratificazione, evoluzione, contingenza. Nulla ritorna identico, perché ogni stato del mondo è il risultato di una storia accumulata. Trasposto nella dimensione umana, questo modello fonda l’idea di responsabilità: le azioni hanno conseguenze non reversibili, e proprio per questo generano valore, memoria, etica. Il ciclo del tempo, al contrario, dissolve la singolarità degli eventi.


Qui domina la ripetizione: le forme ritornano, gli stati si ripresentano, le differenze si annullano nella periodicità. È il tempo delle stagioni, dei ritmi naturali, delle strutture che persistono al di là delle variazioni apparenti. In questo quadro, il cambiamento non è realmente storico, ma fenomenico: ciò che appare nuovo è in realtà già inscritto in uno schema che si ripete. Il rischio è la naturalizzazione della cultura. Possiamo solo sperare di non essere visti e se visti dimenticati. Beviamo Coca-cola Life, non pensiamoci più.
3. Una raccolta di foto: Close your eyes. Autunno.




Walden, La vibrazione selvatica. Biancovolta, Viterbo.
A self-published photographic booklet exploring the forest as a symbolic and narrative space. Composed of images from heterogeneous sources, the work invites the viewer into a fragmented visual journey through traces, paths, and imagined crossings. Its presentation includes a wearable blindfold placed alongside the book, instructing the audience to engage with the object while denying vision—thereby subverting the act of viewing and shifting attention toward absence, memory, and interpretation. Developed for an exhibition on illustrated books, the project reflects on the forest as a generative environment of myths, disorientation, and encounters between the human and the wild, positioning the publication itself as both an interpretive device and an experiential paradox.

O boschi non defoliati delle guerre di tanti anni fa, quando il ciliegio ai disperati urli ed al sangue opponeva un salto di qualità.
4. Il sogno di una cosa. Inverno.



The Others Art Fair, Torino.
He bought it without thinking too much about it. The red caught his eye first—too bright to ignore, almost aggressive in its insistence. Only later, at home, did he notice the image printed across the chest: a book cover, slightly distorted by the folds of the fabric, its title hovering between legibility and loss. Il sogno di una cosa.
He didn’t know the book. Or maybe he had heard of it, somewhere, in a classroom he barely remembered. It didn’t matter. What mattered was how it looked on him in the mirror: the suggestion of depth, of thought, worn lightly, like an accessory. He turned sideways, adjusted the collar, took a photo. For a moment, it felt like wearing meaning. Outside, the city moved as it always did—windows reflecting windows, surfaces multiplying surfaces. In the glass of a shopfront, he caught his reflection again. The book on his chest flattened into an image, the image into a sign. No one stopped to read it. No one needed to. It was enough that it was there, available, circulating. Later, sitting at a café, he absentmindedly traced the printed edges with his fingers. The fabric was thin, already beginning to crease. He wondered, briefly, what the book contained. What kind of dream it spoke of. The thought lingered, then slipped away, replaced by the buzz of a notification, the clatter of cups, the low hum of other conversations. The shirt would fade, eventually. The print would crack, fragment into unreadable lines. But for now, it held together—text, image, body—moving through the world as a quiet contradiction. Something that once demanded time now lived on the surface, exposed, exchanged, half-seen. And yet, in rare, almost accidental moments—caught in a reflection, or in the idle gesture of a hand—the image seemed to resist its own lightness. As if, beneath the fabric, something heavier persisted. Not fully present, not entirely gone. Just enough to suggest that the dream, whatever it was, had not completely dissolved into the act of being worn.
L’opera mette in scena una tensione strutturale: il pensiero, nato come spazio di resistenza e complessità, viene traslato su un supporto destinato alla circolazione rapida e alla consumabilità immediata. La T-shirt, oggetto seriale per eccellenza, diventa qui il luogo di una contraddizione: ospita l’immagine di un libro che, per sua natura, richiede tempo, concentrazione, profondità. Il riferimento a Il sogno di una cosa attiva un cortocircuito semantico. Il “sogno” evocato non è più soltanto tensione utopica o desiderio collettivo, ma si piega alle logiche della visibilità e del mercato, diventando superficie, immagine, brand. L’opera sembra interrogare proprio questa trasformazione: cosa resta del pensiero quando viene reso indossabile? Quando diventa segno, slogan, pattern? Nel conflitto tra interiorità e esposizione, tra densità critica e leggibilità immediata, emerge una riflessione sulla perdita e, insieme, sulla sopravvivenza del contenuto. Se da un lato la mercificazione rischia di svuotare il significato, dall’altro ne garantisce una diffusione inattesa, insinuandolo nei circuiti quotidiani. L’opera non risolve questa ambiguità, ma la abita: è proprio in questo spazio instabile che il pensiero continua, forse, a esercitare una forma minima di resistenza.




